Archivio per Marzo 2007

Claudio


foto: Pf

Conoscevo Claudio da sempre. Almeno da quando avevamo 4 anni. Avevamo frequentato insieme l’asilo, le elementari e le medie. Abitavamo anche vicini, se qualcuno poteva dirsi vicino a me. Perlomeno nella stessa via. Di lui ricordo il sorriso, sebbene la vita non fosse stata facile per lui. Da vent’anni era in dialisi, per colpa di una caduta fatta da bambino. Una situazione che aveva limitato molto la sua voglia di fare, ma non la sua voglia di vivere, di sorridere. Quando era in seconda media c’era stata l’illusione di un trapianto. rigettato dopo una settimana. Eppure Claudio non aveva smesso di sorridere. Poi, quando ci si mette, la vita sa essere terribilmente complicata. Così a Claudio è successo anche di prendere strade sbagliate, di “perdersi”, di fare fatica. Ma non per questo ha smesso di sorridere. e ha sempre avuto la forza di continuare. Anche quando suo padre è venuto a mancare, un mese prima del mio. Poi sembrava che le cose andassero meglio, sembrava ci fosse un donatore. Era in ospedale per fare gli accertamenti del caso, che sembravano promettere bene. Ma probabilmente il suo cuore non era pronto per un’emozione così grande. Così Claudio se n’è andato, sorridendo. Lasciando la mamma, Mariarosa , i Fratelli Giampaolo e Daniele, la cognata (moglie di Giampaolo) e le due nipotine. Capita tra amici che ci si avvicini e poi ci si allontani. Per un certo periodo Claudio è stato un mio carissimo amico. Poi ci eravamo allontananti. Ultimamente ci stavamo riavvicinando. Siamo vicini anche adesso.

Claudio
17-1-1978
14-3-2007

Facciamo che….lo fanno davvero!


immagine: www.anisn.it

Non può che farmi piacere il fatto che Chiari sembri puntare decisamente sulla cultura. Da anni portiamo avanti la Rassegna della Microeditoria italiana, con altre iniziative correlate; ora anche l’idea del caffè letterario. Con un rammarico e due perplessità. il rammarico è quello di essere stato “fregato” sul tempo (vedi link); le perplessità riguardano la gestione da parte di un privato (spero qualcuno con grande passione) e il fatto che, citando l’articolo, il comune finanzierà l’opera “con mezzi propri”. Cosa siano questi mezzi propri, non è dato saperlo. Resta la speranza che non si faccia tutto questo solo per un “lustro di facciata”. come diceva un tale: “ai posteri l’ardua sentenza” (visto che dobbiamo lasciargli qualcos’altro, oltre alle rotonde

dal Bresciaoggi di martedì 27 marzo 2007 provincia pag. 27

CHIARI/1. Il progetto da 380 mila euro prende forma: l’apertura è prevista per l’inizio del 2008

Quando bere un caffè fa cultura

Nella biblioteca «Fausto Sabeo» nasce un locale in stile «romantico»

Un salto nel passato per vivere le atmosfere romantiche e culturalmente stimolanti dell’Ottocento.
L’accattivante proposta è stata lanciata dal Comune di Chiari che, entro i primi mesi del 2008, conta di aprire un caffé letterario degno di una città illuminista.
L’idea del sindaco Sandro Mazzatorta, dunque, è divenuta rapidamente realtà e nel volgere di pochi mesi è già stata inserita tra i progetti prioritari per il 2007, come previsto dal Piano delle opere in approvazione da parte del Consiglio comunale.
La progettazione del nuovo spazio adiacente alla biblioteca comunale «Fausto Sabeo» è già stata avviata, come pure le prime consultazioni con operatori privati interessati a gestire uno spazio che, nelle intenzioni del primo cittadino, dovrebbe consentire agli utenti della biblioteca di poter soddisfare almeno tre esigenze.
La prima, specie per gli studenti non clarensi, è quella di restare in sede bibliotecaria senza l’obbligo di dover recarsi a casa o in un bar della zona. A questa comodità si affianca anche quella di poter continuare a studiare e leggere anche durante la chiusura della «Sabeo», senza contare che il caffè potrebbe essere attrezzato a mo’ di libreria contemplando anche alcuni volumi in vendita, così da evitare trasferte in altre cittadini. Tanto più che a Chiari non esiste una libreria.
L’intervento è stato inserito in un più articolato progetto di recupero e ridefinizione funzionale che ammonterà a circa 380 mila euro che il Comune conta di finanziare con mezzi propri.
Il progetto è piuttosto articolato: oltre al nuovo spazio sarà realizzata una sala polivalente e verranno sistemati i locali interrati del palazzo Donegani così da sfruttare nuova volumetria come già fatto per l’interrato di palazzo Marchetti, diventata una sala di lettura della biblioteca e fonoteca.
«A tutti i benefici di tipo funzionale – ha ricordato Mazzatorta – andrebbe sommato il fatto innegabile che una biblioteca attrezzata in questo modo diverrebbe assai più gradevole e attraente, finendo per essere ancora di più centro di riferimento dell’Ovest bresciano, come già di fatto accade. Credo che coltivare la cultura pubblica sia uno degli elementi che più denotano il livello di civiltà raggiunto da una città».
A fine dello scorso anno il primo cittadino aveva illustrato il progetto al responsabile della biblioteca Fabio Bazoli che si era detto positivamente colpito. Il caffè sarà ricavato negli spazi in cui era localizzata la vecchia sede del Sistema bibliotecario e avrà un accesso protetto dalle intemperie, ricavato sul piano di calpestio del porticato interno.
La gestione, lo ricordiamo, sarà affidata a un privato.
Massimiliano Magli

AMATEVI COME IO VI HO AMATO: sparse riflessioni sull’essere solidali prese a caso dal Nuovo Testamento


foto: Pf

Prima di riprendere in maniera organica gli spunti lanciati da Andrea e Manuel, prima di preparare il pezzo per “il Brescia” di domani, recupero una riflessione pubblicata sul Gabbiano nel 2004

“Strinse i mortali in social catena”: così Leopardi, nel suo testamento spirituale, la Ginestra, parla della solidarietà umana di fronte alla durezza della natura. Non che io condivida appieno l’opinione del poeta; quello che volevo fare era solo invertire una prassi in uso al tempo presso i letterati: aprire cioè i propri scritti utilizzando una citazione biblica. Visto che ho intenzione di parlare di alcuni riferimenti biblici, ho provato ad iniziare con una citazione letteraria. Solidarietà, appunto, questo il tema di questo numero del Gabbiano e questo il tema di questo mio intervento. Alla fine, alla base del servizio agli altri, del dare qualcosa di sé per gli altri, possiamo ritrovare un brano che recentemente abbiamo affrontato nella liturgia: quello della lavanda dei piedi, in cui Gesù “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1.). Nel gesto semplice ed umile di farsi servo degli altri, Gesù insegna che: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”(Gv13,14-15). Come poi questo farsi servo degli altri possa essere concretamente tradotto, ce lo spiega ancora Gesù in molte parti della sua predicazione. Uno degli esempi di maggiore concretezza è nel discorso della Montagna, dalle Beatitudini alle applicazioni più concrete e quotidiane: “se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. à a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5, 41-44). Certo, si tratta di un obbiettivo molto alto se lo stesso Gesù ci ammonisce invitandoci ad essere perfetti come è perfetto il Padre. Ma di fronte  a questo non possiamo almeno non provarci, cercando di abbattere anche alcuni pregiudizi e di farci davvero incontro all’altro, alla sua sofferenza, ai suoi bisogni o, semplicemente, ai suoi sogni e  desideri unendo fede e opere, per non rischiare assurde incongruenze: “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?” (Gc2,16)
Quando viene chiesto a Gesù cosa significhi “farsi prossimo” degli altri, risponde raccontando la parabola del Buon Samaritano. Sicuramente l’abbiamo sentita milioni di volte, da quando ce la raccontavano le suore all’asilo fino  all’altro giorno, eppure ci sfugge sempre qualcosa in tutto questo. Al di là del fatto che i samaritani erano visti malissimo dai Giudei per la pretesa di adorare Dio sul monte Garizim  (e raccontarla oggi sarebbe un po’ come raccontare la parabola del “buon albanese”); al di là del fatto che i due che non si fermano sono un sacerdote e un levita, cioè coloro che prestavano servizio al Tempio, la casa di Dio (ma non voglio sparare ancora su preti e suore, come mi è già successo di fare), Gesù conclude chiedendo chi si è fatto prossimo dell’uomo che era ferito. Questa cosa mi ha sempre lasciato un po’ perplesso, pensando ad un errore di traduzione o qualcosa di simile. Ma come, non era stato il Samaritano a vedere nell’uomo ferito il suo prossimo? E allora perché Gesù chiede chi sia stato il prossimo dell’uomo ferito? Forse, semplicemente, ci sta sotto una scelta: tutti quelli che sono passati su quella strada, il Sacerdote, il Levita ed infine il Samaritano, hanno avvisto l’uomo che era stato derubato e avevano la possibilità di farsi a lui vicino, cioè prossimo. O meglio, per dirlo in altro modo, l’uomo ferito era loro prossimo, ma non tutti hanno scelto di accoglierlo come tale. Solo il Samaritano ha saputo vivere la reciprocità di tale rapporto e solo lui ha saputo farsi davvero vicino, cioè prossimo, di quell’uomo ferito, dandogli aiuto, tempo ed attenzione. E la conclusione di Gesù è stata lapidaria: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10,37.).

Le piccole azioni che fanno migliore il mondo (21-7)


foto: Pf

La cosa bella è che avevo deciso di parlare dell’abuso di alcolici da parte dei giovani…ho finito per parlare di ecologia, per raccontare qualcosa di buono. Per le riflessioni più amare…sarà per la prossima volta.

Riconoscere un problema, dargli il giusto nome, è già un buon inizio. Fatto questo, si può cominciare a parlare di soluzioni. Meglio se esistono anche soluzioni “piccole”, che ogni persona di buona volontà può, quotidianamente, cercare di portare avanti. A Castelcovati, paesino della bassa bresciana di onesti lavoratori, spesso impresari edili, da tempo la scuola cerca di sensibilizzare alunni e genitori sul tema della sostenibilità ambientale. Lavoro che si è fatto più forte nel progetto Comenius, che per tre anni ha coinvolto sei scuole di diversi paesi europei, ma che continua ancora oggi che il progetto è finito. Si cerca così di educare, ed educarci, a uno stile di vita diverso, meno orientato al “consumo” e più alla valorizzazione delle risorse locali. Meno incline all’inutile spreco e più attento al mondo che ci circonda. Proprio in questi giorni, a scuola, stiamo vivendo la “settimana ambientale”, attraverso incontri, laboratori e l’iniziativa del Pedibus (il venire a scuola a piedi). E’ stato anche portato avanti un progetto con lo Svi (Servizio Volontario Internazionale), per proporre agli alunni di assumersi piccoli impegni per rendere la scuola e l’ambiente più accoglienti. In una parola: migliori. C’è stato chi ha deciso di condividere i propri giochi, chi ha preferito impegnarsi per piantare nuovi alberi, chi ha scelto di venire a scuola  a piedi al di fuori della settimana del Pedibus. La cosa bella è che sono state decisioni prese, non senza qualche fatica, dalle classi, e di cui gli alunni stessi si sono assunti la responsabilità. Con la speranza che serva a preparasi un futuro più responsabile.

Conoscere le religioni per non aver paura (14-3)


foto: www.photographers.it

Mi piace sempre un sacco quando parlo di scuola…

Non è poi molto che insegno. Beh, a conti fatti non è nemmeno poco. Diciamo che è il sesto anno. Ho ancora tempo prima di un’eventuale crisi del settimo anno. Ma una cosa del genere non mi era ancora capitata. Cerco di spiegarmi: un’alunna di una classe quinta mi mostra il diario per farmi leggere una comunicazione di sua madre, che chiede di incontrarmi per “informazioni riguardo alla programmazione didattica”. Mi rendo disponibile al termine delle lezioni. La donna, cortesissima, mi chiede come mai  con la figlia, che frequenta il quinto anno della scuola primaria (quelle che si chiamavano elementari),  si stia affrontando in classe il tema delle altre religioni. Teme che parlare della fede degli altri possa portare a perdere la nostra. Mi specifica, tra l’altro, di non essere razzista, ma le sembra che non si parli abbastanza del cristianesimo. Le sorrido. Forse non un sorriso ampio come quello della foto qui accanto, ma le sorrido. e cerco di spiegarle le mie motivazioni. Conoscere il cristianesimo (che poi è quello a cui devo portare i miei alunni, visto che sono insegnante di religione cattolica), significa anche saper “rendere ragione della nostra fede” ed essere in grado di metterla a confronto con quella delle persone che incontriamo. Oggi è facie entrare in contatto con persone di religione diversa dalla nostra. Credo sia bene. allora, sapere quali siano i valori e le tradizioni dell’altro, per conoscerlo e non esserne spaventati. E per entrare in dialogo con lui. Semplicemente. Spiego che per rispettare ed essere rispettati occorre conoscersi. La paura non serve. La signora, forse non convita del tutto, si allontana. Le faccio presente che rimango sempre disponibile per eventuali chiarimenti, per lei come per altri genitori. Li aspetto…

Quella guerra dimenticata in una fotografia (7-3)


foto da: www.fermariello.com

Ci sono quelle guerre che tutti i giorni rimbalzano nelle nostre case. Guerre sanguinose e quotidiane, spesso camuffate da “missioni di pace” o da tentativi di “esportare la democrazia”. Ci sono guerre su cui si discute, su cui si votano rifinanziamenti, su cui cadono o inciampano i governi. E ci sono le “guerre dimenticate”, quelle di cui nessuno parla o parlerà. Quelle che si trascinano da anni. E di cui si sa poco o nulla. Recentemente ho avuto l’occasione di vedere una mostra fotografica su Gulu, nel nord dell’Uganda, dove da anni prosegue una guerra sanguinosa e terribile. Come in molti altri stati Africani, il territorio è ricchissimo, a non sono gli Africani a godere di questa ricchezza. Troppo impegnati a sopravvivere a carestie e Aids. Troppo impegnati a cercare di sfuggire ogni giorno a una guerra che racconta l’orrore dei bambini soldato, per i quali la guerra non è un gioco, ma la cruda realtà. Un realtà fatta di imboscate, mutilazioni, droga… Così gli Africani non possono godere della ricchezza e della bellezza della loro terra. Ne godiamo noi, abitanti del Nord del mondo. Godiamo dei loro diamanti, dei loro metalli preziosi, del loro uranio. Godiamo di quelle vite che loro non riescono a vivere. C’erano molte fotografie di volti in quella mostra. Occhi bianchi e sperduti, incorniciati da volti d’ebano. Facce di bambini che le circostanze avevano già costretto ad essere adulti. E c’era un’altra foto: una capanna, la capanna della famiglia Okot, con la tomba del padre ucciso dai soldati, della madre uccisa dai ribelli e del figlio ucciso dalla malaria. La storia di Gulu in un’unica foto.


Guardare, vedere, pensare, raccontare, condividere... Passi sparsi e barcollanti, danzati o strascicati, raccolti in un diario di viaggio in quel percorso che ci ostiniamo a chiamare vita. Riflessioni e provocazioni, spunti e deliri con cui non essere d'accordo, nel tentativo di suggerire un dialogo che, forse, è più facile da iniziare che da portare avanti. Ma, si sa "si comincia per finire e si finisce per cominciare" (G.Ungaretti)

 

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