
foto: www.photographers.it
Mi piace sempre un sacco quando parlo di scuola…
Non è poi molto che insegno. Beh, a conti fatti non è nemmeno poco. Diciamo che è il sesto anno. Ho ancora tempo prima di un’eventuale crisi del settimo anno. Ma una cosa del genere non mi era ancora capitata. Cerco di spiegarmi: un’alunna di una classe quinta mi mostra il diario per farmi leggere una comunicazione di sua madre, che chiede di incontrarmi per “informazioni riguardo alla programmazione didattica”. Mi rendo disponibile al termine delle lezioni. La donna, cortesissima, mi chiede come mai con la figlia, che frequenta il quinto anno della scuola primaria (quelle che si chiamavano elementari), si stia affrontando in classe il tema delle altre religioni. Teme che parlare della fede degli altri possa portare a perdere la nostra. Mi specifica, tra l’altro, di non essere razzista, ma le sembra che non si parli abbastanza del cristianesimo. Le sorrido. Forse non un sorriso ampio come quello della foto qui accanto, ma le sorrido. e cerco di spiegarle le mie motivazioni. Conoscere il cristianesimo (che poi è quello a cui devo portare i miei alunni, visto che sono insegnante di religione cattolica), significa anche saper “rendere ragione della nostra fede” ed essere in grado di metterla a confronto con quella delle persone che incontriamo. Oggi è facie entrare in contatto con persone di religione diversa dalla nostra. Credo sia bene. allora, sapere quali siano i valori e le tradizioni dell’altro, per conoscerlo e non esserne spaventati. E per entrare in dialogo con lui. Semplicemente. Spiego che per rispettare ed essere rispettati occorre conoscersi. La paura non serve. La signora, forse non convita del tutto, si allontana. Le faccio presente che rimango sempre disponibile per eventuali chiarimenti, per lei come per altri genitori. Li aspetto…
L’importante è non traformarla in una classifica. Io non ti conosco, sono un tuo affezionato lettore e mi piace (citaz.) “quello che pensi e che dici”. Però non sono cattolico, nel senso che non credo in una intelligenza – superiore alla nostra – pianificatrice, sebbene io non rinneghi in alcun modo, anzi, la mia appartenenza alla cultura cattolica [chi lo fa è in mala/fede, scusa il gioco di parole]. Il fatto che un insegnante di religione cattolica insegni la storia di altre religioni è, ne converrai, comunque una stranezza. Come imparare comunismo da Bondi [esempio sbagliato, è stato sindaco comunista di Fivizzano per 10 anni..., ma hai capito], per dire. Non credo questo sia il tuo caso, e comunque nella realtà clarense un esempio come il tuo è “progressismo”, purtroppo. Come dire, tu conosci bene tutte le religioni (o almeno, immagino, le monoteiste) ed hai in un certo senso “scelto” la cattolica romana. Sarai d’accordo con me (e con la comunità scientifica umana degli ultimi 200 anni) che l’osservatore determina il fenomeno, figurarsi l’insegnante. Ripeto, non parlo del tuo caso, visto che sono un tuo ammiratore, non mi tiro la zappa sui piedi. Vorrei, cmq, conoscere il tuo parere in proposito.
Piccola postilla: sebbene non cattolico, ho letto i vangeli e, per curiosità, nei giorni precedenti l’inizio della quaresima ho iniziato a chiedere ai miei conoscenti cattolici il perché del “festeggiamento” [e nessuno mi ha corretto quando ho usato il termine...] proprio di domenica e proprio di quella domenica (sapevo già la risposta, ma sono un b……o …), il 90% mi ha risposto “E’ una questione legata al ciclo lunare, l’hanno detto a Le Falde del Kilimangiaro!”, il 10% “Ah, si festeggia di domenica la pasqua?”, lo 0% “Perché Cristo è morto in croce e dopo tre giorni è risorto eccetera”. Giuro. L’ambiente in cui ho posto queste domande è la biblioteca di Chiari, quindi un luogo dove, in teoria, dovrebbe esserci gente che i libri li usa anche per leggere, oltre che per far bella figura nelle librerie. Che tristezza…
Beh, prima di tutto, grazie per l’attenzione con cui segui le poche cose che scrivo. e grazie per avermi stimolato su un argomento che mi sta molto a cuore. Su “il Brescia” ho il limite delle 1600 battute, quindi non riesco a dire sempre tutto quello che vorrei. Grazie però per avermi dato occasione epr far chiarezza su un paio di cose. alla fine c’è un grosso equivoco alla base. Non alla base del tuo intervento, ma della situazione con quella madre in sé: il fatto che io (e tutti i miei colleghi) siano insegnanti di religione cattolica, ma non catechisti (e, credimi, molti genitori questa cosa non la capiscono). Io devo parlare del fatto religioso in sé, del cristianesimo come dato culturale, attraverso i suoi contenuti e la sua storia, devo far emergere un impianto valoriale orientato alla convivenza civile e al rispetto dell’altro. Non devo insegnare le preghiere. Certo, poi per fare questo devo (o dovrei) essere un buon cristiano. Il Diritto Canonico, nel regolamentare le caratteristiche che deve avere un insegnante di religione, parla di “retta dottrina, abilità pedagogica, testimonianza di vita”. Ci si prova. Così ho bambini che tornano a casa, traumatizzando i genitori perché raccontano che Adamo ed Eva non hanno mangiato una mela. Non mi interessa raccontare la storiellina: voglio aiutare i bambini a capire, senza complicare troppo le cose, cosa c’è dietro ad alcuni racconti, che una volta potevano voler dire qualcosa ma che ora ci sfuggono. E hai ragione quando dici che molti cristiani non sanno spiegare il perché di alcune feste. O degli elementi della loro fede.
Io magari ci sono dentro un po’ di più, per quello che ho studiato e quello che sto studiando (anche se non sempre d’accordo coi miei docenti, come qui http://eraunanottebuiaetempestosa.wordpress.com/2006/02/19/filantropia/ ad esempio). Certo è che a volte questo mio fare “progressita” (fortunatamente non a Chiari, visto che lavoro in altri paesi) fatica ad essere compreso e accettato. Ma resto sempre disponibile per un sereno confronto.
I nuovi programmi per l’insegnamento della religione cattolica, varati da un paio d’anni, riportano proprio tra gli obiettivi per le classi quarta e quinta (e uno sceglie quando affrontarli) “il cristianesimo e le grandi religioni: origine e sviluppo” e ancora “la Bibbia e i testi sacri delle grandi religioni”. Certo, potevo limitarmi a far leggere la paginetta sul libro. Ho preferito, consapevolmente e un po’ colpevolmente, dedicare più spazio ad approfondimenti. soprattutto per l’Islam, visto che è quella con cui questi bambini entrano in contatto più facilmente. Senza trascurare le altre. Ora, per dire, stiamo parlando dell’Induismo, ponendo l’accento sulla differenza tra reincarnazione e il concetto cristiano di resurrezione. Comunque grazie per lo stimolo e l’attenzione che sempre mi presti. Grazie davvero.
keddire, non fa una grinza. grazie per il tuo tempo.
Mi permetto di fare un commento che non attiene direttamente al contenuto del “post” che hai inserito, ma per segnalarti amichevolmente la puntata di Augias dedicata a Gesù messia, http://www.media.rai.it/mpmedia/0,,RaiTre-Lestorie%5E21089,00.html
Una puntata che, asssieme a molte altre dello stesso conduttore e del canale televisivo che io amo, nonostante la brevità restituisce almeno un po’ di dignità alla tv generalista, e senso adeguato alle parole del cristianesimo.
Ciò che penso io lo dice meglio Giorgio Agamben nel testo dedicato all’esegesi della lettera di San Paolo apostolo ai romani, intitolato “Il tempo che resta”. Per il tempo che ho a disposizione non posso dilungarmi.
Comunque sarebbe bello se tu segnalassi questo filmato magari in un post specifico, dove si potrebbe riordinare i temi trattati in trasmissione.
Saluti, anche al mio carissimo amico tentacolare Manuel.
Andrea
Trasmissione interessante che mi era scappata…Riorganizzo le idee e poi, magari, ne discutiamo
Ho scritto a Mons. Penna la seguente mail, sabato scorso:
« Gentilissimo Mons. Penna,
è con una sorta di difficoltà che mi rivolgo a lei per delle semplici e brevi questioni, ma perché sorrida chiarisco subito che la difficoltà proviene da una sincera ammirazione; ammirazione che è nata immediatamente all’ascolto dei suoi interventi all’interno della trasmissione ‘Le Storie’ di Corrado Augias. La trasmissione sul Cristo, nonostante la brevità e le esigenze del format, nonché più in generale del piacere del pubblico e del carattere generalistico del canale televisivo, ha potuto essere ancora una volta e fortunatamente un’isola dove le parole potessero riconciliarsi con il senso vero delle cose, dei fatti o dei concetti.
Il primo punto di questa mia missiva consta semplicemente dunque in un sentito ringraziamento. Si può parlare di religione e di cristianesimo con rispetto, attenzione e dubbio, e soprattutto che lo possa fare liberamente oggi e in TV un monsignore, nell’epoca della più spregiudicata sacralizzazione di tutto ciò che può portare l’attributo di cristiano, è motivo di soddisfazione.
Lo è almeno per me. Che son cristiano cattolico che ha ricevuto i sacramenti, ma che non vive l’eucarestia, ad esempio; né posso dirmi realmente cristiano, poiché non posseggo la fede nei termini consueti. O il problema di questo mio auto-”non-riconoscimento” nella cristianità è appunto un problema di parole?
Non sono un grande conoscitore della tradizione cristiana, e con questo cerco vengo al punto. Come avvicinarsi al senso vero della cristianità (che deve pur avere una matrice, un suo paradigma) se tutto il messaggio della cristianità, a partire dai testi per esempio, è inficiato dalla distorsione semantica? Perché, in buona sostanza, io che “non pratico” posso chiamarmi o esser chiamato “meno cristiano” di altri?
Non le sto chiedendo di rispondere al mio quesito, che anzi, più spicciamente avrebbe voluto essere “come avvicinarsi davvero ai testi”, meglio, “quali testi, quali edizioni sono, secondo lei, le migliori perché la parola dei Testamenti e dei Vangeli possa esser conosciuta in tutto il suo potenziale storico e interpretativo”, senza appiattimenti, senza riduzioni, tagli, cesure o censure? Immagino che l’intera sterminata bibliografia sull’esegesi biblica non risolva la sete nel mio quesito, ma sorrido e metto le mani avanti, non ho intenzione di esaurire la mia sete! (Mi viene in mente però che questa coscienza può validare l’ipotesi che nessuno possa dire più di altri chi è un cristiano migliore di altri, valutazione che voglio credere spetti soltanto a “Colui che tutto move”, per usare un epiteto che Lo indichi senza però voler dare troppo significato a “tutto move”).
Ho letto, per esempio, il testo di G. Agamben sulla lettera ai romani di San Paolo. Non posso spiegarle quanto amo quella visione, la weltanschauung intendo, e la visione sull’uomo che se ne educe, e tutto il resto su Gesù, sul divino. Ciò sicuramente non esaurisce, come detto, tutti gli aspetti. Ma appunto, vorrei leggere l’intera Bibbia o i Vangeli con un approccio simile. E non saprei dove orientarmi.
Mi sono dilungato anche troppo per queste poche questioni, ma ho ritenuto che un suo consiglio possa essermi prezioso e fidato. Le porgo così i miei sinceri saluti; spero di rivederla ancora sullo schermo, a parlare con la stessa umanità.
Un abbraccio
Andrea Mihaiu »
La risposta di Mons. Penna:
« Caro Signor Mihaiu,
Grazie per la Sua mail e per i quesiti che pone. Le dirò che l’identità cristiana è fatta fondamentalmente di una cosa sola: il riconoscimento di Gesù Cristo come Signore della propria vita. Rispetto a ciò, la frequenza sacramentale è secondaria e non aggiunge nulla di determinante, se non una dimensione ecclesiale, comunitaria, cioè il fatto di esprimere insieme ad altri questa stessa identità, riconoscendo e celebrando pubblicamente il Signore comune.
Il discorso sulla Bibbia è complesso. La cosa più importante è di avere almeno una buona traduzione dai testi originali, e la più diffusa in questo senso è la cosiddetta “Bibbia di Gerusalemme” edita dalle Dehoniane di Bologna. Purtroppo il commento di Agamben alla Lettera ai Romani, oltre a non essere di un esegeta di professione, prende in considerazione soltanto il primo versetto di un testo che conta ben sedici capitoli! Le auguro comunque di cuore ogni bene, RP
***
Dalla risposta di Penna ottengo parte di una risposta su un paio di questioni secondo dirimenti oggi, non solo per i cristiani ma per tutta la comunità politica.
E’ sempre più frequente il richiamo a dei valori cristiani, a una identità cristiana. Mi pare sia un dato di fatto.
Quale debba essere la prassi politica del vero cristiano, però, lo si intende però solo quando, per prepararsi ad una battaglia contingente e imminente, il pontefice o il corpo episcopale o cardinalizio suggeriscono alla schiera dei fedeli la postura da assumere in vista di essa.
Chiariamo subito: mi sta bene; è vero – concordo! – che i cattolici debbano avere la possibilità di sentire le indicazioni della gerarchia ecclesiastica. Meno bene mi sta, però, non tanto e non solo che il corpo ecclesiastico abbia più risonanza di tutte le altre confessioni nel paese (parlo ora del caso Italia), ma SOPRATTUTTO il fatto che quel richiamo avvenga in forme e modi che (ecco le questioni che annunciavo personalmente come dirimenti):
1. sembrano volere assegnare a quell’identità una qualità inclusiva/esclusiva;
2. che si recuperino modelli di colpa, peccato, salvezza, giustizia ecc. assolutamente distorti, assoluti e altrettanto esclusivi, così che la qualità positiva del cristiano finisce per essere non tanto un recupero della figura di Cristo nella propria prassi quanto l’assunzione di una falsa coscienza di esclusività, per aver meno peccato, meglio agito, essersi meglio disposti a ricevere un giudizio positivo dal tribunale divino; e questo senso di esclusione io ammetto di provarlo, inconsciamente. Anche per questo ho posto una semplice questione al Monsignore: “ma chi può dire che io non lo sia, cristiano?”.
3. che la religione continui ad assumersi più come una sfera magica e morale, che come umana ed etica (senza con questo dire che senso meta-storico non ne abbiano).
Purtroppo devo sospendere il mio post, e forse è un bene… Grazie per l’ospitalità, come sempre. Spero che un giorno ci sia una possibilità di fare una chiacchierata tutti assieme davanti a un tagliere di affettati nostrani e un bel bicchiere di rosso!
A presto. Andrea
PEr il tagliere di affettati e il bicchiere di vino non hai che da farmi un fischio…
Mi piace molto questa dimensione di chiesa che sa entrare in dialogo. Dialogo che vive con cristiani, con “lontani”, con altre religioni. Ti prometto che nei prosismi giorni mi impegnerò per organizzare al meglio un paio di idee sull’argomento. Per ora metto una cosa che ho scritto un paio d’anni fa, pubblicata su un inserto del settimanale diocesano “La voce del Popolo”.