
foto: ecodibergamo.it
Di lui avevo due ricordi: un cd e l’immagine, famosissima, del concerto improvvisato davanti al Muro di Berlino mentre lo stavano abbattendo. Poco altro, se non l’aver letto un paio di cose sul suo essere controcorrente, sul non appartenere a quel novero di artisti che credono di poter camminare a mezzo metro da terra (anche se, per come suonava il violoncello, poteva permetterselo). Così, quando una volta sua moglie, la cantante Galina Vichnevskaya, dichiarò che: “Per me la musica è la vita stessa, non avrei potuto vivere senza, non riesco nemmeno ad immaginare una simile possibilità, senza la musica credo che sarei morta”, lui le rispose: “Saresti vissuta lo stesso e avresti lavorato come tutti”.
Lui, che da piccolo non sognava di diventare il più grande, ma voleva essere medico, autista, attore muratore…”Nella mia infanzia” diceva” sentivo il bisogno di toccare le pietre, di lavorare in cantiere. La musica avrebbe accompagnato la mia esistenza, ma sarebbe esistita solo per me”. Lui, che da studente costruiva cornici per i quadri e una volta costruì perfino una bara.
Lui, che venne privato della cittadinanza sovietica, che era amico di Sakharov, prediletto di Karajan e Prokofiev, che ospitò Solgenitzijn a casa sua.
Lui che sapeva che gli uomini passano, la musica resta. E quando nel 1989 suonò davanti al Muro di Berlino, nessuno gli chiese che musica stava eseguendo.
Lui che da ieri non c’è più. Lui, che era Mstilav Rostropovich.



