
foto: istitutoveneto.it
Due chiarimenti: non ho mai amato i concertoni “per” qualcosa…un po’ perché in effetti spesso “bruciano” più risorse (economiche o di altro genere) dei benefici che danno, un po’ perché mi chiedo quanto in effetti servano da pungolo alle coscienze una volta spenti riflettori e microfoni.
In secondo luogo: non sono uno che ama seguire le teorie disfattiste. Solo non credo bastino due giorni di pioggia non tanto per rimettere fiumi e laghi la loro livello, ma per invertire il fenomeno del ritiro dei ghiacciai (che poi credo sia la differenza tra chi guarda appena al di là del proprio naso e chi guarda un po’ più lontano..magari non riuscendo a capire tutto, ma almeno si sforza).
Ecco che allora faccio una cosa strana per me: prendo e copio tre interventi sullo stesso argomento….tre interventi che mi hanno alsciato qualche perplessità
da
Il Giornale 08-07-2007
Che catastrofe il concerto mondiale anti-catastrofe
Piove, concerto ladro. Ma li avete visti i grandi cantanti ecologicamente compatibili? Non hanno fatto in tempo a salire sul palcoscenico planetario per salvare a colpi d’ugola la natura, il mondo, l’universo e magari, già che ci siamo, anche il loro portafoglio, e zac, che ti succede? Salta fuori, proprio in mezzo al bio rock intercontinentale, la notizia che la desertificazione del pianeta è momentaneamente sospesa. Ci scusiamo per il disagio: il catastrofismo riprenderà non appena possibile. Lo scorso giugno, in effetti, è stato, almeno in Italia, il più piovoso degli ultimi 200 anni. Avete capito bene: il più piovoso. Cammelli a Casalbuttano? Casalpusterlengo provincia del Sahara? Tuareg in transito nell’oasi di Pizzighettone? Macché. Persino lo strombazzatissimo livello del Po è tornato normale. Lo giuro: non è un miraggio. E nemmeno un miracolo, nonostante l’apparizione di Madonna.
Il fatto è che loro se la cantano e se la suonano. Evviva. Che c’è di meglio, per stordirsi, che un po’ di musica, le sette note e i sette impegni per salvare il mondo, naturalmente il sette luglio del duemilasette? Wow, ve ne siete accorti? Tutto questo «sette» (7) fa così magico: la cabala riuscirà, vedrete. Tutti diventeranno buoni, o in alternativa Bon Jovi: l’effetto serra sparirà, i consumi si ridurranno, la Terra sorriderà. E se nel frattempo, per organizzare il maxi concerto, si sono bruciate risorse naturali in quantità ciclopica, chi se ne importa? E chi se ne importa se si è generato più smog di quello che tutti i partecipanti al concerto potranno mai evitare con il loro comportamento «carbon neutral»? Balla che ti passa. E appena esci, compra il prossimo
disco delle bio-star. Mi raccomando: amano molto l’ambiente ma non sopportano di restare al verde.
Del resto, l’organizzatore dell’evento, il mitico Al Gore, l’uomo che vive in due lussuosissime ville e chiede agli altri di limitare i consumi, ci ha avvisato: ci resta poco tempo. Se non cambiamo vita, fra dieci anni il mondo sparirà. Il Wwf, ameno circolo di inguaribili ottimisti, dice invece che il mondo sparirà nel 2050. Non male: ci abbiamo guadagnato trent’anni. È già qualcosa, anche se è nulla rispetto a quello che guadagnano loro con i concerti. Ma, cantando sotto la pioggia, mi viene un dubbio: questi geni delle previsioni sono gli stessi, per caso, che nel 1972 scrissero il famoso rapporto sulla fine del pianeta? Quelli per cui l’oro si doveva esaurire nel 1981, il petrolio nel ‘92, il gas nel ‘93 e l’uomo di conseguenza subito dopo? Evidentemente non è andata così: l’oro non si è esaurito, il petrolio neppure, e l’uomo men che meno. Tocchiamo ferro, che intanto neppure quello è esaurito. Purtroppo, però, non si sono esaurite nemmeno le nostre cassandre.
Ricordate? Quelli che ora lanciano quotidiane grida d’allarme per il surriscaldamento del pianeta, sono gli stessi che nel 1973 sottoscrivevano preoccupati documenti per denunciare il rischio di una «nuova era glaciale». D’altra parte, quelli che ogni giorno ci annunciano quel che accadrà all’universo nei secoli futuri, sono gli stessi che sbagliano le previsioni meteo della prossima settimana. San Bernacca, patrono delle isobare, mi perdonerà l’ingenua domanda: come fanno i guru del microclima cangiante a dirci con certezza la temperatura sulle Alpi a fine secolo, quando non azzeccano quella di dopodomani?
Eppure li sentite, no? Parlano tutti fieri, prima e dopo i mega concerti. Sanno addirittura che fra 4 o 5 miliardi di anni il sole sparirà. E nessuno pone dubbi: tanto chi può verificare? Ma ora che sappiamo che il sole non ci sarà più fra 4 o 5 miliardi di anni, scusate, è possibile sapere se per caso ci sarà domani mattina ad Albissola o a Gabicce Mare? Lo chiediamo umilmente. Ma in mezzo all’inondazione di musica, il pensiero non può fare a meno di correre veloce come un accordo dei Red Hot Chili Peppers alle note steccate dell’allarme siccità.
Ricordate? Sono passate appena poche settimane. Il Po sotto il livello di guardia, i laghi in secca, i ghiacciai sciolti, la task force di tecnici il piano d’emergenza e il Paese assetato. Si diceva e si scriveva di tutto: esperti che consigliavano dalle colonne di autorevoli quotidiani di non lavarsi più di una volta a settimana e di andare in bagno senza tirare lo sciacquone. Vietato cambiare canottiera e mutande, la doccia equiparata a un attentato contro l’umanità. Suggerimenti che vagavano come un lieve tanfo per le strade del continente all’insegna del motto: ascelle pezzate di tutt’Europa unitevi. In quei giorni prosciugati di acqua e di buon senso, si prevedeva che a inizio estate tutto rimanesse a secco, a parte naturalmente l’inondazione di catastrofi: fabbriche chiuse, campi bruciati e fiumi ridotti a sassaie. Sarà un giugno torrido, si diceva. Senza nuvole né un filo di pioggia. Moriremo di sete.
Risultato? Ve l’abbiamo anticipato. È stato il giugno più piovoso degli ultimi 200 anni. E luglio comincia bene: la pioggia è già arrivata e dopo il weekend ne arriverà altra (ammesso che le previsioni non sbaglino ancora). I laghi sono tornati al di sopra dei livelli di guardia e il Po non se la passa male. Meglio così, no? Lavatevi pure le ascelle, cambiatevi la canottiera e risparmiatevi un po’ d’angoscia. Ma non ditelo troppo forte: the show must go on, lo spettacolo deve continuare. Musica maestro: sul palco star e vecchie glorie, giovani rampanti e stelle cadenti, tutti uniti dai buoni propositi del bio-rock. Che ci volete fare? Le previsioni dicono che altrimenti spariremo, e alle previsioni bisogna sempre credere. Così salveremo il mondo. O, se non altro, qualche carriera.
Mario Giordano
da Meteolive.it 07-05-2007
ZICHICHI rincara la dose a “Mattina DUE in
famiglia”: l’uomo non ha alcuna influenza sui cambiamenti climatici,
2500 scienziati dicono di si? La maggioranza non vince nella scienza
Il Prof. Antonino Zichichi più risoluto che mai a Mattina DUE sul cambiamento climatico.
Il Prof. Antonino Zichichi, intervistato a Mattina DUE in famiglia, il rotocalco della domenica di Rai Due, non usa mezzi termini. Alla domanda: “quanto incide l’uomo sui cambiamenti climatici?”, il Professore ha riposto così: “bisognerebbe fare un distinguo: sui cicli climatici assolutamente NULLA, zero assoluto, sulle anomalie meteorologiche, (cioè quelle che si sono verificate a stretto giro negli ultimi anni N.d.R) al massimo un 10%, ma resta il 90% che è assolutamente naturale”.
Gli fanno notare che 2500 scienziati affermano in realtà che l’influenza antropica sarebbe predominante. E Zichichi non si fa spaventare: “in ambito scientifico non ha affatto ragione la maggioranza, ammesso poi che lo sia. Lo prova il fatto che scienziati che si sono battuti in solitario hanno poi avuto ragione contro tutto e tutti. La cosa che mi fa specie è che questi signori hanno lavorato con diversi parametri liberi e pretendono di conoscere la verità, mentre il nostro lavoro ad Erice si è svolto con parametri fissi, rigorosi, e nonostante questo abbiamo dei dubbi. Loro invece incredibilmente no”.
Come mai di Erice si parla poco, gli chiedono. La risposta non si fa attendere: “se ne parla poco in Italia ma fortunatamente non all’estero, ad Erice entrano gli scienziati veri”. E’ la frecciata conclusiva.
E sul principio di precauzione? “lo adottarono anche per il DDT, le vittime della malaria passarono da 10.000 a un milione, ci andrei dunque cauto con questi provvedimenti precauzionali”.
Zichichi, Battaglia, Galileo 2001, Lomborg, Lindzen, la lista cresce e ora 17.000 scienziati sono pronti a firmare un nuovo documento che punta a fare chiarezza sull’argomento clima.
Alessio Grosso
Le conclusione del Cardinale Martino al Seminario su cambiamenti climatici e sviluppo 27-04-2007
CONCLUSIONI
Cari amici,
1) Siamo giunti alle battute conclusive del nostro Seminario su Cambiamenti climatici e Sviluppo. Ringrazio il Signore per l’intensa esperienza di amicizia e di condivisione che ci ha donato di vivere e ringrazio anche voi per la vostra appassionata e vivace partecipazione ai lavori del nostro Seminario, partecipazione caratterizzata dall’acuta consapevolezza dell’importanza decisiva delle tematiche trattate in questo Seminario. Tematiche non facili, sulle quali deve continuare il lavoro di analisi e di interpretazione da parte della comunità scientifica e per le quali risulta necessario l’esercizio responsabile della comunità politica a livello nazionale e internazionale per governarle. Anche la società civile è chiamata a sviluppare i suoi livelli di consapevolezza e di partecipazione, tramite una corretta informazione e adeguati strumenti formativi.
[...]Esprimendo il massimo della considerazione e dell’attenzione per questi fatti, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace esprime la sua fiducia e il suo incoraggiamento al mondo degli scienziati affinché continui il suo preziosissimo lavoro, finalizzandolo ad un’adeguata comprensione e ad un illuminante chiarimento delle cause che stanno all’origine di tali complessi fenomeni. Esprime altresì fiducia e incoraggiamento alle istanze politiche – nazionali e internazionali – affinché si pongono in atto quelle politiche dello sviluppo, soprattutto dei Paesi poveri senza che venga compromesso l’ambiente naturale. La dottrina sociale della Chiesa riconosce ad ogni uomo i diritti fondamentali allo sviluppo e ad un ambiente sano, che vanno promossi congiuntamente senza che il favorire l’uno comporti la mortificazione dell’altro.
2) In queste riflessioni conclusive, non intendo esprimere posizioni ufficiali del Pontificio Consiglio sul tema del nostro Seminario. Non era questo l’obiettivo che ci eravamo proposti nell’organizzare questo incontro; ci proponevamo, come dissi nella mia Introduzione ai lavori, un obiettivo più semplice: quello di raccogliere il maggior numero di informazioni che consentisse successivamente un pacato discernimento morale e pastorale delle problematiche collegate al rapporto tra Cambiamenti climatici e sviluppo. [...]mi preme comunque affermare che la Chiesa possiede ormai da tempo uno straordinario e corposo Magistero sociale, sintetizzato nel Compendio della Dottrina sociale, che, per quello che ci riguarda, dedica tutto il capitolo X alla salvaguardia del creato. Rimando a questo prezioso strumento per l’evangelizzazione della Chiesa nell’ambito sociale, incoraggiando tutti a utilizzarlo al meglio: in esso vengono esposti importanti criteri e orientamenti morali utilissimi per affrontare le questioni connesse con i cambiamenti climatici e lo sviluppo.
Sono profondamente convinto della costante necessità di un approfondimento della riflessione dottrinale del Magistero sulla vasta problematica dell’ecologia, ma non perché tale Magistero sia stato finora povero o addirittura renitente, quanto perché la dottrina sociale della Chiesa nasce “dall’incontro del messaggio evangelico e delle sue esigenze, che si riassumono nel comandamento dell’amore di Dio e del prossimo e nella giustizia, con i problemi derivanti dalla vita della società”.[...]Non c’è dubbio, infatti, che tra le “nuove questioni” (le res novae) e le variate “condizioni storiche” si dia anche l’insieme delle problematiche che vanno sotto il titolo di “questione ambientale”, che è un aspetto non secondario o, se si preferisce, un modo moderno di presentarsi della “questione sociale”.
3) Consentitemi comunque una qualche personale riflessione che spero possa trovare la vostra benevola comprensione.
3.a) Sull’ambiente naturale l’insegnamento sociale della Chiesa getta la luce della rivelazione, ossia la luce della creazione e la luce escatologica della redenzione. La natura è per l’uomo e l’uomo è per Dio. Anche nella considerazione delle problematiche connesse ai cambiamenti climatici si dovrà far tesoro del Magistero sociale della Chiesa: esso non avalla né l’assolutizzazione della natura, né la sua riduzione a mero strumento. La intende invece come teatro culturale e morale nel quale l’uomo gioca la propria responsabilità davanti agli altri uomini, comprese le generazioni future, e davanti a Dio.
- Questo significa che la natura, non è un assoluto, ma una ricchezza posta nelle mani responsabili e prudenti dell’uomo.
- Significa anche che l’uomo ha una indiscussa superiorità sul creato e, in virtù del suo essere persona dotata di un’anima immortale, non può essere equiparato agli altri esseri viventi, né tantomeno considerato elemento di disturbo dell’equilibrio ecologico naturalistico.
- Significa, infine, che la natura, così come non è tutto non è nemmeno niente e l’uomo non ha un diritto assoluto su di essa, ma un mandato di conservazione e sviluppo in una logica di universale destinazione dei beni della terra che é, come noto, uno dei principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, principio che va soprattutto declinato con l’opzione preferenziale per i poveri e per lo sviluppo dei Paesi poveri.
3.b) Nella considerazione delle problematiche connesse ai cambiamenti climatici, si deve riconoscere che la dottrina sociale della Chiesa deve fare i conti con molte odierne forme di idolatria della natura che perdono di vista l’uomo. Come esiste la tendenza, solo apparentemente opposta, a risolvere completamente e senza residui la natura nella cultura. Simili ecologismi emergono spesso nel dibattito sui problemi demografici e sul rapporto tra popolazione, ambiente e sviluppo. In occasione della Conferenza internazionale del Cairo su Popolazione e Sviluppo nel 1994 a cui partecipai come Capo delegazione, la Santa Sede ha dovuto contrastare, assieme a molti paesi del terzo mondo, l’idea secondo cui l’aumento della popolazione nei prossimi decenni sarebbe stata tale da portare al collasso gli equilibri naturali del pianeta e impedirne lo sviluppo. Queste tesi sono state ormai confutate e, per fortuna, sono in regressione. Nel contempo, però, gli stessi che proponevano questa visione, sostenevano, quale mezzo per impedire il supposto disastro ambientale, strumenti tutt’altro che naturali, come il ricorso all’aborto e alla sterilizzazione di massa nei paesi poveri ad alta natalità.
La Chiesa propone una visione realistica delle cose. Essa ha fiducia nell’uomo e nella sua capacità sempre nuova di cercare soluzioni ai problemi che la storia gli pone. Capacità che gli permettono di confutare spesso le ricorrenti, infauste e improbabili previsioni catastrofiche. La Chiesa sa anche però che l’agire umano nei confronti della natura deve essere eticamente orientato. Il problema ecologico va quindi percepito come problema etico. Questo chiede la Chiesa, dato che “esiste una costante interazione tra la persona umana e la natura”5.
3.c) A segnare questa complementarietà sempre più evidente tra ambiente naturale e mondo dell’uomo, tra aspetti materiali ed immateriali dello sviluppo, tra ecologia da un lato e cultura ed etica umane dall’altro Giovanni Paolo II aveva felicemente adoperato l’espressione “ecologia umana”6. Dio – Egli scriveva – non solo ha dato all’uomo la terra, ma gli ha anche dato l’uomo stesso. Egli deve quindi rispettare non solo la natura mediante una “ecologia naturale”, ma anche la degna vita morale dell’uomo mediante una “ecologia umana”. Il problema ambientale è un problema antropologico. Affermava il grande Pontefice nella Centesimus annus: “All’origine dell’insensata distruzione dell’ambiente naturale c’è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L’uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione della cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra […] e invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui” 7. Nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, quella ecologica non è solo quindi un’emergenza naturale, ma è anche un’emergenza antropologica. Il modo di rapportarsi al mondo dipende dal modo di rapportarsi dell’uomo con se stesso. Ma a leggere attentamente il passo della Centesimus annus che ho appena richiamato, bisogna anche aggiungere che il modo con cui l’uomo guarda dentro se stesso dipende da come si rivolge a Dio. L’errore antropologico è, a sua volta, un errore teologico. Quando l’uomo vuole porsi al posto di Dio, come dice l’Enciclica, perde di vista anche se stesso e la sua responsabilità di governo della natura.
Grazie di cuore a tutti, grazie ai miei collaboratori che hanno faticato per organizzare il Seminario, grazie agli interpreti.
Renato Raffaele Card. Martino
Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace
Città del Vaticano, 27 aprile 2007
e, per approfondire, andrei a dare un’occhiata anche a Adista