Da oggi il blog si trasferisce su www.paolofesta.net
Sono stati importati tutti i vecchi interventi e i loro commenti
Beh, buona continuazione. E grazie.
si comincia per finire…e si finisce per cominciare
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Beh, buona continuazione. E grazie.

visto il clima quasi pasquale, in attesa del tempo necessario per nuove riflessioni, riprendo una cosa apparsa sul Gabbiano qualche anno fa…e ancora attuale
Prese, benedisse, spezzò e diede… da quel momento, da quel gesto, formalmente piccolo, quasi insignificante, ha preso avvio una storia grandissima, che si è profondamente intessuta con la storia dell’umanità stessa: nasceva la Chiesa; nasceva dal sacrifico di Cristo, da suo volersi donare, dalle sue Parole e dai suoi Gesti…«amatevi, come Io vi ho amato»; «siate uniti come il Padre è unito a me», e ancora oggi cantiamo il giovedì Santo, nell’inno Ubi Caritas, (uso il testo popolare italiano, ma il testo latino ha una pregnanza ancora maggiore): «via le lotte maligne, via le liti, e regni in mezzo a noi Cristo Dio»… eppure quelle lotte maligne, senza andare ad evocare scismi e scomuniche medievali, si sono sempre intrecciate ai venti secoli di vita cristiana, dalle piccole gelosie più o meno pastorali, all’amore per il proprio campanile (pensa un po’, si parla proprio di campanili, e non, che so, di torri di guardia…); già Pietro e Paolo, nei primi anni di una Chiesa allora fanciulla, ebbero a discutere se i cristiani si dovessero sottoporre o meno alla Legge prima di abbracciare Cristo; allora almeno le discussioni avevano lo spessore teologico del confronto con la tradizione, dell’identificazione precisa della dirompente novità della nuova dottrina rispetto al mondo del tempo…che tristezza assistere a liti molto più futili, a bizantinismi (non me ne vogliano i fratelli Ortodossi) intorno agli esatti confini della rete del pollaio del sior curato, che rischia di andare a turbare i polli del curato vicino; ci si riduce sempre più come i capponi di Renzo, così intenti a beccarsi tra loro da ignorare, o obliare, la comune sorte gastronomica. Purtroppo non è più tempo di arrampicarci, di arroccarci sui nostri campanili; il mondo intorno a noi, dagli stessi fedeli che vivono all’ombra della sottana del curato, appena fuori dal recinto delle galline, fino ai lontani che più lontani non si può, hanno domande precise, e si attendono risposte precise: i vari «secondo me» diventano flebili bisbigli, quando lo stesso Cristo ci ha incaricati di annunciare la Verità (la sua, quella vera, non le nostre mezze verità) sui tetti…essere Chiesa vuol dire essere «insieme», avere il coraggio di scendere da quelli che possono essere i nostri piedistalli personali per avvicinarsi, discutere, magari anche litigare, ma giungere a portare l’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini della terra (o almeno fino all’estremo confine della propria parrocchia, certi però che nella parrocchia limitrofa il messaggio sia lo stesso)…il compito sarebbe arduo, se non avessimo ricevuto la più grande delle rassicurazioni: «coraggio, Io sarò con voi, sempre».
Del resto, se dopo 2000 anni di Chiesa ci sono ancora cristiani, vorrà pur dire qualcosa…

foto: Pf
Tra le cose che WordPress permette di fare, c’è quello dicambiare mille e mille volte lo stile del blog…ne ho provati un po’, anche piuttosto fighetti, fino a prendere questo. “Che schifo” dirà qualcuno, visto che in effetti non è da concorso di bellezza. Ma ha il vantaggio di essere chiaro, funzionale…e poi spero che, più dell’estetica, possano essere interessanti i contenuti. Speriamo…
E comunque a me non dispiace
Ogni tanto una cosa seria…una riflessione nata dopo il Premio Cuore Amico

foto: Cuoreamico.org
Non possiamo non dirci africani. Per il nostro DNA, per l’origine che ha avuto la nostra umanità. Eppure, sempre più spesso, poniamo un abisso profondo , molto più profondo di quanto non sia il Mediterraneo, tra noi e l’Africa, tra la nostra realtà e i suoi problemi. Così giornali e telegiornali tacciono di fronte a guerre e massacri, a ingiustizie e carestie. Tace l’opinione pubblica. In fondo va bene così: con un’Africa in crisi possiamo appropriarci a prezzi da discount delle incredibili ricchezze del suo sottosuolo. Diamanti, oro, argento, rame, uranio, perfino il coltan, una polverina leggermente radioattiva che è importantissima per il funzionamento delle nostre apparecchiature elettroniche. Tutto sottratto all’Africa. Perché l’Africa non è povera, ma è ricchissima. Solo non gode della sua ricchezza. Ne godiamo noi, opulento Primo Mondo, che consumiamo alle spalle del Terzo e Quarto Mondo. Incuranti del suo naufragio. E così l’Africa è abbandonata a se stessa, schiacciata da mille guerre, da debiti internazionali imposti dai nostri sprechi. E dalle epidemie. Sopra tutte, quella dell’Aids. La situazione è drammatica, soprattutto nell’Africa subsahariana. Qui il 90% della popolazione tra i 20 e i 40 anni ne è affetta. I bambini nascono sieropositivi. Se le statistiche dicono che il fenomeno è in calo, è perché non tengono conto di tutti quelli che muoiono in baracca, fuori dagli ospedali. Non tengono conto della maggioranza delle morti. Pochi volontari s’impegnano per loro. Sacerdoti, religiose, medici, persone semplici. Eroi del nostro tempo, più di sportivi e “isolati” vari.

foto: cz-museums.cz
..perché alla fine questa cosa mi ha colpito non poco. Voglio dire, questa cosa delle streghe. o meglio, questa cosa dell’associazione Baba Jaga. E tutto questo mentre il mio comune, che se ne infischia (non so se francamente o meno) dei giovani e della loro creatività, organizzava un pullman gratuito (quindi pagato dalla comunità) per andare a fare il tifo a una squadra clarense che partecipava, in quel di Legnano, a la bustarella, su antenna 3.
questa la lettera che ho scritto all’associazione..mi sentivo di farlo
C’era la luna alta nel cielo, in mezzo ad alcune di quelle nuvole che solo la notte sa immaginare. Una notte da streghe. e una notte per far conoscenza con una singolare strega, Baba Jaga, appunto, più una musa della creatività che una presenza inquietante. E, a danzare e gestire in questo singolare sabba notturno, altre streghe, giovani e belle (ma più che belle ragazze, ragazze belle, e non è esattamente la stessa cosa). Streghe che accolgono, sorridono, danzano e cantano e piedi nudi. Accanto a loro uomini, amici, compagni di viaggio, che cantano, suonano. Soprattutto che si divertono e fanno divertire (proprio perché divertono). Ero lì. Ho rivisto amici, ne ho conosciuti altri. Ho incontrato storie, volti, emozioni. Mi sono sentito bene. Ero lì, per la musica, per la favola, per le persone. Ero lì, impacciato come sono e come non vorrei essere. Sorridendo, perché mi sentivo bene, accolto. A qualcuno ho detto il mio nome. a qualcuno ho parlato del mio lavoro. a qualcuno ho prestato un cavalletto per la videocamera. a tutti devo dire grazie. Per quello che avete fatto. Per quello che fate. In fondo, per quello che siete. Uomini e donne. Streghe e folletti.
Mi sono sentito a casa. Grazie
Blogged with Flock
foto: chatters.it
Non c’entra con San Valentino..ad essere sincero, forse per reminiscenza seminaristiche, quel giorno festeggio i santi Cirillo e Metodio, patroni d’Europa. Mi piaceva solo mettere quest’immagine, che ben descrive il mio imbarazzo davanti a…ecco, il problema è definire davanti a cosa, perché già so che sto iniziando a costruire castelli in aria, a immaginarmi cose che non accadranno mai…ad essere ammaliato da un sorriso e da due occhi. Non propriamente semplici occhi, è qualcosa di più complesso, è una voglia di perdersi e non tornare, di vivere la dolce e folle danza di un naufragio, è impantanarsi nelle sabbie mobili della dolcezza, è….forse il caso di smetterla di vivermi addosso e di sparare simili c****te.
Demoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano di già si e’ ritirato il mare
E tu
Come alga dolcemente accarezzata dal vento
Nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando
Demoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano di già si e’ ritirato il mare
Ma nei tuoi occhi socchiusi
Due piccole onde son rimaste
Demoni e meraviglie
Venti e maree
Due piccole onde per annegarmi.~ Jacques Prevert ~
foto: europa.tiscali.it
Sinceramente non ricordo nemmeno perché (o meglio per chi) l’avessi scritta…anzi, in quel tempo ero anche piuttosto fuori dall’argomento…eppure ho sempre sognato di avere la persona giusta accanto a cui sussurrarla…magari arriverà. Fatto è che è una delle poche “cose” d’amore che abbia mai scritto..e non era nemmeno dopo aver bevuto troppo
T’amo
Per tutte le donne
Che non ho mai amato
T’amo
Per il passato
Così confuso e ingombrante
T’amo
Di più ogni istante
Forse senza un senso preciso
T’amo
Per il tuo sorriso
Eterna illusione d’angelo caduto
T’amo
E non smetto nemmeno un minuto
Naufragando nel tuo sguardo ch’è mare
T’amo
Per non disperare
Accarezzato dalle tue mani
T’amo
Senza domani
Incurante in un abbraccio infinito
T’amo
Stordito
Ma continuo a gridare
Che T’amo
Ti Amo
PerchéNon ti posso che amare.
…o forse alla fine aveva solo ragione Guccini
Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz’ ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’ essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo…

foto: sonic.net
sono stato tutta la notte in ospedale, accanto a mio padre…sì, perché quella creatura, che sembrava così piccola e indifesa, è mio padre…quella creatura a cui controllavo che non si attorcigliasse il tubicino di drenaggio del sangue dal cervello, è mio padre…quella creatura che ha tremato per il freddo e per la febbre, è mio padre…mi sono accorto di quante occasioni ho perso, di quante cose che avrei voluto dirgli, che avrei voluto fare con lui…e ora è tardi…dorme, consumato a poco a poco (ma nemmeno troppo lentamente) da quello che ha in testa e che non si può toccare…sarà questione di tempo…intanto ho negli occhi quella creatura…mio padre.
Davanti al dolore non so cosa dire, tanto è complesso e misterioso…potrei continuare a domandarmi “perché”, ma non troverei risposte…”il pianeta delle lacrime è tanto misterioso” diceva Saint-Exupery…potrei essere arrabbiato, furente…ma questo non farebbe guarire mio padre…ma questo non mi aiuterebbe, tra qualche mese, ad averlo di nuovo accanto…posso solo cercare di rimanere sereno, per permettere anche a lui e agli altri un poco di serenità, nei passi che ci restano…la vita è un cammino…
lacio drom

foto:trincoll.edu
01.11.06
E lui lo sa…sa che l’avevo scritto per lui
Liberorandagio&stop
perché lo devo a un cane
bagnato
Piove.
Ormai non succede altro da giorni.
Piove.
Piove, e io mi aggiro come un cane, randagio, in questa città che non è la mia, che non può essere la mia; troppo diversa, troppo reale. Non può essere la mia.
Piove, e ho i capelli bagnati, e l’acqua che mi scende lungo la schiena, mentre cammino tra queste automobili, tutte uguali, carcasse di metallo in cui ci si rifugia per fuggire via veloci dal mondo. E dalla pioggia. Da soli. Autistici autisti.
Piove e non si vede il cielo, che dicono sia ancora blu sopra le nuvole, ma io non ci credo più.
Piove e cammino, con le dita strette a pugno nelle tasche sfondate del mio impermeabile, un po’ come un Rimbaud meno fumato e più cattivo, perché ormai non so fare altro, non più. Scrivevo, un tempo, e mi dicevano bravo… sapevo scrivere, piacev0, mi consideravano un piccolo genio, un futuro Nobel…balle: dicevo solo quello che volevano sentire nel modo in cui lo volevano sentire. Non era scrivere, quello. Scrivevo, ma non ero capace di scrivermi, di raccontarmi; non rimaneva che un’ombra di me sopra quei fogli. E non funzionano neanche quelle storie per cui la poesia è soggettiva e la prosa è oggettiva: tutte balle che ti mettono in testa a scuola quando non hanno il coraggio di dirti che non ci capiscono niente né dell’una, né dell’altra.
Piove, e cammino sotto la pioggia.
Piove, e faccio di tutto, davvero di tutto, per perdermi, almeno per un po’, in questa città che non è la mia.
Piove, e cerco di perdermi per trovarmi un po’, per capire come devo, come voglio scrivere, come è il mio scrivere. Quello che è mio e di nessun altro.
Piove, e sto qui come un cane coi capelli bagnati, e continuo a trovarmi davanti la stessa piazza, sempre la stessa, nonostante tutti i miei sforzi per perdermi…e se provi a ricontare le statue non hai mai lo stesso numero. Mai. Tutte le volte. Mai.
Piove, e penso che sarebbe bello se tutto fosse così, se i conti non tornassero mai, se le stelle non fossero solo ammassi di gas in combustione e se un giorno qualcuno si mettesse a gridare in piazza che la luna, tanto, troppo cantata dagli ebeti sdolcinati di mezzo mondo per essere solo un sasso su nel cielo, non è altro che un enorme blocco di formaggio. Magari verde.
Piove, e vorrei trovare un nuovo modo per scrivere, senza perdersi in quelle inutili distinzioni tra prosa e poesia, ma un modo di scrivere come si pensa. Scrivere come penso. Forse penso a fumetti, o forse a note a margine, non so, non me lo sono mai chiesto. Però, scrivere come si pensa…il vecchio James, quello sì che c’è andato vicino, al punto che sei tu che non riesci a stargli dietro leggendolo…ma non deve essere l’unico modo, non credo, non certo.
Piove, e vorrei scrivere in un modo nuovo, inventato da me, mio, vorrei scrivere in «proesia», tanto per dargli un nome, lasciando perdere i versi, il periodare classico e tutte le altre prose per il culo.
Piove, e vorrei che questa pioggia mi lavasse via tutto quello che mi hanno insegnato, vorrei che questa pioggia facesse di me un selvaggio, un naïf della penna, libero di scrivere come gli piace, fregandosene delle regole, e di quello che dicono gli altri. Che tanto non possono, non riescono a capire.
Piove, e vorrei essere capace di far cadere, in disordine, come pioggia, le mie parole, i miei pensieri su un foglio, grigio, sporco, ma vivo, un foglio che sia davvero come sono io.
Piove, e mi ricordo che Pioveva anche l’ultima volta che mi aveva guardato con i suoi occhi verdi, i suoi bellissimi occhi verdi, e mi aveva detto: “è finita”…lo ricordo come fosse ieri, “è finita”, e io, più idiota e ramingo che mai, a vagare come un cane randagio sotto la pioggia, esattamente come oggi, fino ad inzupparmi anche l’anima, senza nessuna differenza tra pioggia e lacrime. Piangeva anche il cielo. E adesso mi ritrovo qui, solo, libero, randagio, freelander per vocazione e per necessità dopo aver perso, dopo me stesso, anche lei, senza più niente a cui essere legato, non una casa, non una donna, non un lavoro, non la sveglia per andare, sveglia per tornare, niente più catene, solo l’obbligo di stare bene…
Piove, e non è poi così male essere soli, è un po’ come nascere: è dannatamente dura, ma alla fine uno ci si abitua, o almeno crede di essersi abituato.
Piove, e forse non ho amato mai nessuno come amavo lei, nessuno, nemmeno me stesso…se fossi più letterario, in preda al dolore e alla disperazione potrei gettarmi da un ponte…ma io scrivo per me, perché sono cattivo, e ciò che è passato non può tornare…i fiumi, di notte, non scorrono al contrario…non me ne frega, non me ne deve fregare più niente di niente, né di lei, dei suoi occhi verdi, delle varie prose per il culo, di questa città in cui non riesco a perdermi…non ha più senso, io non ho più senso. Mi basta la pioggia.
Piove, e non me ne potrebbe fregare di meno, perché in fondo non sono altro che un temporale estivo, cattivo quel che occorre, ma che passa. Credo non ci sia niente di più ridicolo del voler a tutti i costi lasciare un proprio ricordo…vorrei di colpo trovarmi in un luogo che non esiste, perché, quando ti trovi in un luogo che non esiste, o stai sognando, o hai appena iniziato a vivere.
Piove, e forse è questa pioggia il mio luogo che non esiste, perché forse nemmeno io esisto, e adesso sono libero di vivere in proesia, di pensare a fumetti, magari al contrario, come i manga.
Piove, e finalmente possono partire i titoli di coda, saluto la mamma e il papà, carrellata finale e scritta
THE END
PS
non può Piovere per sempre, ma stanotte spero non smetta: non ho voglia di vedere la luna.