Da oggi il blog si trasferisce su www.paolofesta.net
Sono stati importati tutti i vecchi interventi e i loro commenti
Beh, buona continuazione. E grazie.
si comincia per finire…e si finisce per cominciare
Da oggi il blog si trasferisce su www.paolofesta.net
Sono stati importati tutti i vecchi interventi e i loro commenti
Beh, buona continuazione. E grazie.

foto: istitutoveneto.it
Ecco che allora faccio una cosa strana per me: prendo e copio tre interventi sullo stesso argomento….tre interventi che mi hanno alsciato qualche perplessità
Che catastrofe il concerto mondiale anti-catastrofe
Piove, concerto ladro. Ma li avete visti i grandi cantanti ecologicamente compatibili? Non hanno fatto in tempo a salire sul palcoscenico planetario per salvare a colpi d’ugola la natura, il mondo, l’universo e magari, già che ci siamo, anche il loro portafoglio, e zac, che ti succede? Salta fuori, proprio in mezzo al bio rock intercontinentale, la notizia che la desertificazione del pianeta è momentaneamente sospesa. Ci scusiamo per il disagio: il catastrofismo riprenderà non appena possibile. Lo scorso giugno, in effetti, è stato, almeno in Italia, il più piovoso degli ultimi 200 anni. Avete capito bene: il più piovoso. Cammelli a Casalbuttano? Casalpusterlengo provincia del Sahara? Tuareg in transito nell’oasi di Pizzighettone? Macché. Persino lo strombazzatissimo livello del Po è tornato normale. Lo giuro: non è un miraggio. E nemmeno un miracolo, nonostante l’apparizione di Madonna.
Il fatto è che loro se la cantano e se la suonano. Evviva. Che c’è di meglio, per stordirsi, che un po’ di musica, le sette note e i sette impegni per salvare il mondo, naturalmente il sette luglio del duemilasette? Wow, ve ne siete accorti? Tutto questo «sette» (7) fa così magico: la cabala riuscirà, vedrete. Tutti diventeranno buoni, o in alternativa Bon Jovi: l’effetto serra sparirà, i consumi si ridurranno, la Terra sorriderà. E se nel frattempo, per organizzare il maxi concerto, si sono bruciate risorse naturali in quantità ciclopica, chi se ne importa? E chi se ne importa se si è generato più smog di quello che tutti i partecipanti al concerto potranno mai evitare con il loro comportamento «carbon neutral»? Balla che ti passa. E appena esci, compra il prossimo
disco delle bio-star. Mi raccomando: amano molto l’ambiente ma non sopportano di restare al verde.
Del resto, l’organizzatore dell’evento, il mitico Al Gore, l’uomo che vive in due lussuosissime ville e chiede agli altri di limitare i consumi, ci ha avvisato: ci resta poco tempo. Se non cambiamo vita, fra dieci anni il mondo sparirà. Il Wwf, ameno circolo di inguaribili ottimisti, dice invece che il mondo sparirà nel 2050. Non male: ci abbiamo guadagnato trent’anni. È già qualcosa, anche se è nulla rispetto a quello che guadagnano loro con i concerti. Ma, cantando sotto la pioggia, mi viene un dubbio: questi geni delle previsioni sono gli stessi, per caso, che nel 1972 scrissero il famoso rapporto sulla fine del pianeta? Quelli per cui l’oro si doveva esaurire nel 1981, il petrolio nel ‘92, il gas nel ‘93 e l’uomo di conseguenza subito dopo? Evidentemente non è andata così: l’oro non si è esaurito, il petrolio neppure, e l’uomo men che meno. Tocchiamo ferro, che intanto neppure quello è esaurito. Purtroppo, però, non si sono esaurite nemmeno le nostre cassandre.
Ricordate? Quelli che ora lanciano quotidiane grida d’allarme per il surriscaldamento del pianeta, sono gli stessi che nel 1973 sottoscrivevano preoccupati documenti per denunciare il rischio di una «nuova era glaciale». D’altra parte, quelli che ogni giorno ci annunciano quel che accadrà all’universo nei secoli futuri, sono gli stessi che sbagliano le previsioni meteo della prossima settimana. San Bernacca, patrono delle isobare, mi perdonerà l’ingenua domanda: come fanno i guru del microclima cangiante a dirci con certezza la temperatura sulle Alpi a fine secolo, quando non azzeccano quella di dopodomani?
Eppure li sentite, no? Parlano tutti fieri, prima e dopo i mega concerti. Sanno addirittura che fra 4 o 5 miliardi di anni il sole sparirà. E nessuno pone dubbi: tanto chi può verificare? Ma ora che sappiamo che il sole non ci sarà più fra 4 o 5 miliardi di anni, scusate, è possibile sapere se per caso ci sarà domani mattina ad Albissola o a Gabicce Mare? Lo chiediamo umilmente. Ma in mezzo all’inondazione di musica, il pensiero non può fare a meno di correre veloce come un accordo dei Red Hot Chili Peppers alle note steccate dell’allarme siccità.
Ricordate? Sono passate appena poche settimane. Il Po sotto il livello di guardia, i laghi in secca, i ghiacciai sciolti, la task force di tecnici il piano d’emergenza e il Paese assetato. Si diceva e si scriveva di tutto: esperti che consigliavano dalle colonne di autorevoli quotidiani di non lavarsi più di una volta a settimana e di andare in bagno senza tirare lo sciacquone. Vietato cambiare canottiera e mutande, la doccia equiparata a un attentato contro l’umanità. Suggerimenti che vagavano come un lieve tanfo per le strade del continente all’insegna del motto: ascelle pezzate di tutt’Europa unitevi. In quei giorni prosciugati di acqua e di buon senso, si prevedeva che a inizio estate tutto rimanesse a secco, a parte naturalmente l’inondazione di catastrofi: fabbriche chiuse, campi bruciati e fiumi ridotti a sassaie. Sarà un giugno torrido, si diceva. Senza nuvole né un filo di pioggia. Moriremo di sete.
Risultato? Ve l’abbiamo anticipato. È stato il giugno più piovoso degli ultimi 200 anni. E luglio comincia bene: la pioggia è già arrivata e dopo il weekend ne arriverà altra (ammesso che le previsioni non sbaglino ancora). I laghi sono tornati al di sopra dei livelli di guardia e il Po non se la passa male. Meglio così, no? Lavatevi pure le ascelle, cambiatevi la canottiera e risparmiatevi un po’ d’angoscia. Ma non ditelo troppo forte: the show must go on, lo spettacolo deve continuare. Musica maestro: sul palco star e vecchie glorie, giovani rampanti e stelle cadenti, tutti uniti dai buoni propositi del bio-rock. Che ci volete fare? Le previsioni dicono che altrimenti spariremo, e alle previsioni bisogna sempre credere. Così salveremo il mondo. O, se non altro, qualche carriera.
Mario Giordano
da Meteolive.it 07-05-2007
ZICHICHI rincara la dose a “Mattina DUE in
famiglia”: l’uomo non ha alcuna influenza sui cambiamenti climatici,
2500 scienziati dicono di si? La maggioranza non vince nella scienza
Gli fanno notare che 2500 scienziati affermano in realtà che l’influenza antropica sarebbe predominante. E Zichichi non si fa spaventare: “in ambito scientifico non ha affatto ragione la maggioranza, ammesso poi che lo sia. Lo prova il fatto che scienziati che si sono battuti in solitario hanno poi avuto ragione contro tutto e tutti. La cosa che mi fa specie è che questi signori hanno lavorato con diversi parametri liberi e pretendono di conoscere la verità, mentre il nostro lavoro ad Erice si è svolto con parametri fissi, rigorosi, e nonostante questo abbiamo dei dubbi. Loro invece incredibilmente no”.
Come mai di Erice si parla poco, gli chiedono. La risposta non si fa attendere: “se ne parla poco in Italia ma fortunatamente non all’estero, ad Erice entrano gli scienziati veri”. E’ la frecciata conclusiva.
E sul principio di precauzione? “lo adottarono anche per il DDT, le vittime della malaria passarono da 10.000 a un milione, ci andrei dunque cauto con questi provvedimenti precauzionali”.
Zichichi, Battaglia, Galileo 2001, Lomborg, Lindzen, la lista cresce e ora 17.000 scienziati sono pronti a firmare un nuovo documento che punta a fare chiarezza sull’argomento clima.
Alessio Grosso
Le conclusione del Cardinale Martino al Seminario su cambiamenti climatici e sviluppo 27-04-2007
CONCLUSIONI
Cari amici,
1) Siamo giunti alle battute conclusive del nostro Seminario su Cambiamenti climatici e Sviluppo. Ringrazio il Signore per l’intensa esperienza di amicizia e di condivisione che ci ha donato di vivere e ringrazio anche voi per la vostra appassionata e vivace partecipazione ai lavori del nostro Seminario, partecipazione caratterizzata dall’acuta consapevolezza dell’importanza decisiva delle tematiche trattate in questo Seminario. Tematiche non facili, sulle quali deve continuare il lavoro di analisi e di interpretazione da parte della comunità scientifica e per le quali risulta necessario l’esercizio responsabile della comunità politica a livello nazionale e internazionale per governarle. Anche la società civile è chiamata a sviluppare i suoi livelli di consapevolezza e di partecipazione, tramite una corretta informazione e adeguati strumenti formativi.
[...]Esprimendo il massimo della considerazione e dell’attenzione per questi fatti, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace esprime la sua fiducia e il suo incoraggiamento al mondo degli scienziati affinché continui il suo preziosissimo lavoro, finalizzandolo ad un’adeguata comprensione e ad un illuminante chiarimento delle cause che stanno all’origine di tali complessi fenomeni. Esprime altresì fiducia e incoraggiamento alle istanze politiche – nazionali e internazionali – affinché si pongono in atto quelle politiche dello sviluppo, soprattutto dei Paesi poveri senza che venga compromesso l’ambiente naturale. La dottrina sociale della Chiesa riconosce ad ogni uomo i diritti fondamentali allo sviluppo e ad un ambiente sano, che vanno promossi congiuntamente senza che il favorire l’uno comporti la mortificazione dell’altro.
2) In queste riflessioni conclusive, non intendo esprimere posizioni ufficiali del Pontificio Consiglio sul tema del nostro Seminario. Non era questo l’obiettivo che ci eravamo proposti nell’organizzare questo incontro; ci proponevamo, come dissi nella mia Introduzione ai lavori, un obiettivo più semplice: quello di raccogliere il maggior numero di informazioni che consentisse successivamente un pacato discernimento morale e pastorale delle problematiche collegate al rapporto tra Cambiamenti climatici e sviluppo. [...]mi preme comunque affermare che la Chiesa possiede ormai da tempo uno straordinario e corposo Magistero sociale, sintetizzato nel Compendio della Dottrina sociale, che, per quello che ci riguarda, dedica tutto il capitolo X alla salvaguardia del creato. Rimando a questo prezioso strumento per l’evangelizzazione della Chiesa nell’ambito sociale, incoraggiando tutti a utilizzarlo al meglio: in esso vengono esposti importanti criteri e orientamenti morali utilissimi per affrontare le questioni connesse con i cambiamenti climatici e lo sviluppo.
Sono profondamente convinto della costante necessità di un approfondimento della riflessione dottrinale del Magistero sulla vasta problematica dell’ecologia, ma non perché tale Magistero sia stato finora povero o addirittura renitente, quanto perché la dottrina sociale della Chiesa nasce “dall’incontro del messaggio evangelico e delle sue esigenze, che si riassumono nel comandamento dell’amore di Dio e del prossimo e nella giustizia, con i problemi derivanti dalla vita della società”.[...]Non c’è dubbio, infatti, che tra le “nuove questioni” (le res novae) e le variate “condizioni storiche” si dia anche l’insieme delle problematiche che vanno sotto il titolo di “questione ambientale”, che è un aspetto non secondario o, se si preferisce, un modo moderno di presentarsi della “questione sociale”.
3) Consentitemi comunque una qualche personale riflessione che spero possa trovare la vostra benevola comprensione.
3.a) Sull’ambiente naturale l’insegnamento sociale della Chiesa getta la luce della rivelazione, ossia la luce della creazione e la luce escatologica della redenzione. La natura è per l’uomo e l’uomo è per Dio. Anche nella considerazione delle problematiche connesse ai cambiamenti climatici si dovrà far tesoro del Magistero sociale della Chiesa: esso non avalla né l’assolutizzazione della natura, né la sua riduzione a mero strumento. La intende invece come teatro culturale e morale nel quale l’uomo gioca la propria responsabilità davanti agli altri uomini, comprese le generazioni future, e davanti a Dio.
- Questo significa che la natura, non è un assoluto, ma una ricchezza posta nelle mani responsabili e prudenti dell’uomo.
- Significa anche che l’uomo ha una indiscussa superiorità sul creato e, in virtù del suo essere persona dotata di un’anima immortale, non può essere equiparato agli altri esseri viventi, né tantomeno considerato elemento di disturbo dell’equilibrio ecologico naturalistico.
- Significa, infine, che la natura, così come non è tutto non è nemmeno niente e l’uomo non ha un diritto assoluto su di essa, ma un mandato di conservazione e sviluppo in una logica di universale destinazione dei beni della terra che é, come noto, uno dei principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, principio che va soprattutto declinato con l’opzione preferenziale per i poveri e per lo sviluppo dei Paesi poveri.
3.b) Nella considerazione delle problematiche connesse ai cambiamenti climatici, si deve riconoscere che la dottrina sociale della Chiesa deve fare i conti con molte odierne forme di idolatria della natura che perdono di vista l’uomo. Come esiste la tendenza, solo apparentemente opposta, a risolvere completamente e senza residui la natura nella cultura. Simili ecologismi emergono spesso nel dibattito sui problemi demografici e sul rapporto tra popolazione, ambiente e sviluppo. In occasione della Conferenza internazionale del Cairo su Popolazione e Sviluppo nel 1994 a cui partecipai come Capo delegazione, la Santa Sede ha dovuto contrastare, assieme a molti paesi del terzo mondo, l’idea secondo cui l’aumento della popolazione nei prossimi decenni sarebbe stata tale da portare al collasso gli equilibri naturali del pianeta e impedirne lo sviluppo. Queste tesi sono state ormai confutate e, per fortuna, sono in regressione. Nel contempo, però, gli stessi che proponevano questa visione, sostenevano, quale mezzo per impedire il supposto disastro ambientale, strumenti tutt’altro che naturali, come il ricorso all’aborto e alla sterilizzazione di massa nei paesi poveri ad alta natalità.
La Chiesa propone una visione realistica delle cose. Essa ha fiducia nell’uomo e nella sua capacità sempre nuova di cercare soluzioni ai problemi che la storia gli pone. Capacità che gli permettono di confutare spesso le ricorrenti, infauste e improbabili previsioni catastrofiche. La Chiesa sa anche però che l’agire umano nei confronti della natura deve essere eticamente orientato. Il problema ecologico va quindi percepito come problema etico. Questo chiede la Chiesa, dato che “esiste una costante interazione tra la persona umana e la natura”5.
3.c) A segnare questa complementarietà sempre più evidente tra ambiente naturale e mondo dell’uomo, tra aspetti materiali ed immateriali dello sviluppo, tra ecologia da un lato e cultura ed etica umane dall’altro Giovanni Paolo II aveva felicemente adoperato l’espressione “ecologia umana”6. Dio – Egli scriveva – non solo ha dato all’uomo la terra, ma gli ha anche dato l’uomo stesso. Egli deve quindi rispettare non solo la natura mediante una “ecologia naturale”, ma anche la degna vita morale dell’uomo mediante una “ecologia umana”. Il problema ambientale è un problema antropologico. Affermava il grande Pontefice nella Centesimus annus: “All’origine dell’insensata distruzione dell’ambiente naturale c’è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L’uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione della cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra […] e invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui” 7. Nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, quella ecologica non è solo quindi un’emergenza naturale, ma è anche un’emergenza antropologica. Il modo di rapportarsi al mondo dipende dal modo di rapportarsi dell’uomo con se stesso. Ma a leggere attentamente il passo della Centesimus annus che ho appena richiamato, bisogna anche aggiungere che il modo con cui l’uomo guarda dentro se stesso dipende da come si rivolge a Dio. L’errore antropologico è, a sua volta, un errore teologico. Quando l’uomo vuole porsi al posto di Dio, come dice l’Enciclica, perde di vista anche se stesso e la sua responsabilità di governo della natura.
Grazie di cuore a tutti, grazie ai miei collaboratori che hanno faticato per organizzare il Seminario, grazie agli interpreti.
Renato Raffaele Card. Martino
Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace
Città del Vaticano, 27 aprile 2007
e, per approfondire, andrei a dare un’occhiata anche a Adista

foto: digilander.libero.it/kyme/
Erisolti finalmente alcuni problemi informatici e ancora in attesa di dare risposta alle diverse sollecitazioni su chiesa e Teologia che amici come Manuel e Andrea mi sottopongono, metto nel blog anche un paio di vecchi interventi Questo era per il 28 maggio….
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foto: wikimedia.org “Il Carro del Fieno” di Hyeronymus Bosch
Prendo la scusa che è il Primo Maggio e non devo preparare il pezzo per Il Brescia, per provare a stendere un paio di disordinate considerazioni, senza un necessario filo logico…solo per dire alcune cose che mi stanno a cuore
“il cielo è pieno di stelle, di idee, volate in alto e questo paese tornerà a sorridere”.
“questo è un paese che non ha più idee, che invidia, detesta. Era il paese delle grandi idee, ora è un paese di mediocri, un paese occupato. I mediocri hanno occupato tutto, politica, televisioni, giornali, ci hanno imposto cosa comprare, i film da vedere, le canzoni da cantare, quando ridere e quando piangere. I mediocri si alleano con altri mediocri e formano un branco di fronti basse”.

foto: ulivoselvatico.org
Ok, il titolo sul il Brescia non era questo. Poco importa. Lo metto apposta con una settimana di ritardo, per pubblicarlo per il 25 aprile…poi ci saranno le solite parate, i soliti discorsi retorici…ci sarà chi dirà che il Partito Democratico si inserisce in una storia che parte dal 25 aprile…perché abbiamo avuto giorni di politici che si sono riempiti la bocca a parlare di un partito che non c’è ancora e ad ignorare Emergency e le mille altre emergenze del Paese…ah, no, sta passando la Legge Mastella che non ci consentirà più di sapere se un politico ruba, se Moggi trucca le partite o se il nostro vicino di casa è un assassino o un pedofilo, fino alla condanna definitiva (e poi c’è sempre la prescrizione)…queste sono le vere emergenze. E, a proposito di prescrizione, Berlusconi si complimenta con Biagi e dice che all’epoca aveva un po’ calcato la mano, ma che non lo voleva allontanare dalla RAI…vabbè, ecco il pezzo che è andato su il Brescia.
Tra una settimana è il 25 aprile. Avrei modo di ritornare sull’argomento la settimana prossima, nella giusta data, ma sono sicuro che avrò altro da raccontare. Così provo a parlarne adesso. Con una settimana d’anticipo. Ma andiamo con ordine: i nuovi programmi per la scuola primaria (sempre quella che una volta si chiamava “elementare”), hanno estromesso il “900 dagli studi dei ragazzi. Se va bene si arriva ai Romani. Il resto lo si farà alle medie (ops, alla scuola secondaria di primo grado). Così, se uno in quinta, vuole provare a parlare del 25 aprile, o di qualsiasi altra cosa che è successa nel ‘900, deve fare i salti mortali. Ho colleghe davvero in gamba, le stesse che avevano realizzato coi bambini quello spettacolo sul campo di Terezin, che per parlare del secolo ormai trascorso hanno realizzato un laboratorio sulla storia dei nonni o, meglio, dei bisnonni), sia per conoscere le tradizioni, i costumi e i giochi del tempo che fu, sia per poter parlare di quello che nonni e bisnonni vissero: la guerra, l’occupazione e, infine, la liberazione. Parlare di quello che fu il fascismo, di quello che facevano i partigiani, di come nacque la Costituzione italiana, incrociando queste esperienze coi racconti di vita vissuta di persone più anziane, testimonianze raccolte in famiglia o presso la casa di riposo, aiuta i ragazzi a “costruirsi” un minimo di capacità di leggere il presente. Perché, anche se noi li immaginiamo inebetiti tra Dragonball e Amici, i bambini ci ascoltano, ascoltano quello che diciamo e quello che dice il telegiornale. E si fanno domande. Alle quali,se a nostra volta non conosciamo il nostro passato, rischiamo di non essere pronti a rispondere.

immagine: www.anisn.it
Non può che farmi piacere il fatto che Chiari sembri puntare decisamente sulla cultura. Da anni portiamo avanti la Rassegna della Microeditoria italiana, con altre iniziative correlate; ora anche l’idea del caffè letterario. Con un rammarico e due perplessità. il rammarico è quello di essere stato “fregato” sul tempo (vedi link); le perplessità riguardano la gestione da parte di un privato (spero qualcuno con grande passione) e il fatto che, citando l’articolo, il comune finanzierà l’opera “con mezzi propri”. Cosa siano questi mezzi propri, non è dato saperlo. Resta la speranza che non si faccia tutto questo solo per un “lustro di facciata”. come diceva un tale: “ai posteri l’ardua sentenza” (visto che dobbiamo lasciargli qualcos’altro, oltre alle rotonde
dal Bresciaoggi di martedì 27 marzo 2007 provincia pag. 27
CHIARI/1. Il progetto da 380 mila euro prende forma: l’apertura è prevista per l’inizio del 2008
Quando bere un caffè fa cultura
Nella biblioteca «Fausto Sabeo» nasce un locale in stile «romantico»
Un salto nel passato per vivere le atmosfere romantiche e culturalmente stimolanti dell’Ottocento.
L’accattivante proposta è stata lanciata dal Comune di Chiari che, entro i primi mesi del 2008, conta di aprire un caffé letterario degno di una città illuminista.
L’idea del sindaco Sandro Mazzatorta, dunque, è divenuta rapidamente realtà e nel volgere di pochi mesi è già stata inserita tra i progetti prioritari per il 2007, come previsto dal Piano delle opere in approvazione da parte del Consiglio comunale.
La progettazione del nuovo spazio adiacente alla biblioteca comunale «Fausto Sabeo» è già stata avviata, come pure le prime consultazioni con operatori privati interessati a gestire uno spazio che, nelle intenzioni del primo cittadino, dovrebbe consentire agli utenti della biblioteca di poter soddisfare almeno tre esigenze.
La prima, specie per gli studenti non clarensi, è quella di restare in sede bibliotecaria senza l’obbligo di dover recarsi a casa o in un bar della zona. A questa comodità si affianca anche quella di poter continuare a studiare e leggere anche durante la chiusura della «Sabeo», senza contare che il caffè potrebbe essere attrezzato a mo’ di libreria contemplando anche alcuni volumi in vendita, così da evitare trasferte in altre cittadini. Tanto più che a Chiari non esiste una libreria.
L’intervento è stato inserito in un più articolato progetto di recupero e ridefinizione funzionale che ammonterà a circa 380 mila euro che il Comune conta di finanziare con mezzi propri.
Il progetto è piuttosto articolato: oltre al nuovo spazio sarà realizzata una sala polivalente e verranno sistemati i locali interrati del palazzo Donegani così da sfruttare nuova volumetria come già fatto per l’interrato di palazzo Marchetti, diventata una sala di lettura della biblioteca e fonoteca.
«A tutti i benefici di tipo funzionale – ha ricordato Mazzatorta – andrebbe sommato il fatto innegabile che una biblioteca attrezzata in questo modo diverrebbe assai più gradevole e attraente, finendo per essere ancora di più centro di riferimento dell’Ovest bresciano, come già di fatto accade. Credo che coltivare la cultura pubblica sia uno degli elementi che più denotano il livello di civiltà raggiunto da una città».
A fine dello scorso anno il primo cittadino aveva illustrato il progetto al responsabile della biblioteca Fabio Bazoli che si era detto positivamente colpito. Il caffè sarà ricavato negli spazi in cui era localizzata la vecchia sede del Sistema bibliotecario e avrà un accesso protetto dalle intemperie, ricavato sul piano di calpestio del porticato interno.
La gestione, lo ricordiamo, sarà affidata a un privato.
Massimiliano Magli
Dall’articolo di Massimiliano Magli sul Bresciaoggi del 12 gennaio 2007
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La cultura si divide con il caffè-letterario
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CHIARI.
Il suggestivo progetto intende offrire agli utenti del servizio pubblico un luogo più confortevole. Il bar con annessa libreria verrà collegato alla biblioteca. Il sindaco
spiega l’idea. Sarà il primo vero caffè-letterario della nostra provincia: non un bar
con una pretestuosa libreria, né una biblioteca con un’improbabile macchinetta del caffè a gettoni. Sarà invece un luogo dove proseguire il proprio studio potendo contare su un caffè vero e proprio, di quelli che un tempo, nelle grandi città illuministe, erano diventati letterari per la presenza spontanea e quotidiana di letterati, critici e di tanti
libri e revue. A CHIARI tale quotidianità sarà garantita dalla presenza della
biblioteca comunale «Fausto Sabeo», che, a lavori conclusi, potrà contare su un foyer letterario con un bar ricavato nella vecchia sede del Sistema bibliotecario, che si affaccia sul suggestivo peristilio del complesso Donegani-Marchetti. L’idea è venuta al sindaco Sandro Mazzatorta, illuminato dalla lettura di Umberto Eco che in un’intervista di alcuni anni fa manifestava profonda delusione nel raffronto tra le biblioteche italiane – poco accoglienti e alla mano – e quelle europee. [...]Il nuovo bar potrà disporre di una libreria (assente finora a CHIARI) così da soddisfare anche le necessità di acquisto degli utenti che qui potranno anche ordinare volumi di loro interesse momentaneamente assenti, senza la necessità di spostarsi nelle librerie di altri Comuni.[...]Massimiliano Magli

foto: sdiny.com
confesso un po’ di amarezza nel leggere queste righe. Mista a soddisfazione, perché è vero che a Chiari manca una libreria (con 18.000abitanti) e che un caffè letterario sarebbe una buona cosa. Ma l’amarezza viene dal fatto che quello è un mio vecchio sogno. Mio e di Gibì, di Fab’…condiviso, negli anni, con Francesca, Daniela, Cecilia, Federica…amici con cui ci si è detti “tra un paio d’anni lo mettiamo in piedi”. un caffè letterario..un bar che avesse anche una libreria, per riempire questo vuoto a Chiari. E la scorsa estate abbiamo abbiamo cominciato a muovere qualcosa, cercando un luogo fisico per realizzare il nostro progetto, pensando di fondare anche un’associazione culturale che facesse capo al caffè stesso (“Facciamo che…”). Avevamo chiesto anche la disponibilità di alcuni locali alla Parrocchia. Disponibilità che era stata fatta slittare, dilatando i tempi. Troppo, evidentemente. e un dubbio mi resta…sono convinto, in passato, forse in occasione della conferenza stampa a Milano con lui e la Merini, di aver parlato al sindaco di questo mio antico progetto. Altro che leggendo Eco…mah!

foto: bengra
Il manifesto citato è quello della foto, scritta “Chiari da dimenticare” a parte, aggiunta da chi ha fatto la foto…questo breve intervento ha sollevato un gran polverone…la redazione della radio Claronda ha preso spunto dalle mie righe per un comunicato che attaccava l’amministrazione. comunicato ripreso anche dal Bresciaoggi oggetto di discussione in tutta la città. Ecco il testo:
Per molti il Natale ha avuto inizio solo con l’immancabile messa di mezzanotte. Qualcuno è arrivato in chiesa dopo essere passato dallo stand degli alpini, per un salutare bicchiere di vin brulè. Alla fine tutti dentro la chiesa. Gente che
riempie i banchi, gente in piedi nelle navate, gente stipata presso gli altari laterali. Molti a messa ci vanno giusto a Natale, un po’ perché inteneriti dal Bambinello che
nasce, un po’ perché Natale è sempre Natale. Poco imposta se quella che era stata annunciata come “la veglia preparata dai giovani dell’oratorio” si rivela essere un rito dell’ufficio delle letture, con una serie di salmi recitati tra solista e assemblea, rosario di parole a scivolare stanche sul pavimento di marmo. E poco importa che quasi
tutti i canti, ad eccezione dei tradizionali “astro del ciel” e “tu scendi dalle stelle” siano in latino, con la scusante di aver almeno privilegiato Mozart, che, se non altro, riesce a coinvolgere emotivamente pur senza capire le parole. L’importante è comunque
esserci, non lesinando una stretta di mano e un “buon Natale” anche a chi poi si ignorerà per il resto dell’anno. Tutto questo, accanto allo stand della Lega, unico presente in una piazza chiusa al traffico, dove son ben visibili i manifesti con cui ‘amministrazione (leghista, appunto) porge i propri auguri alla cittadinanza: un verdissimo albero con simboli leghisti al posto delle palle, i nomi di consiglieri e assessori sui rami e quello del sindaco a rifulgere in alto nella stella. Veramente kitsch. Natale a Chiari è anche questo.

foto: cz-museums.cz
..perché alla fine questa cosa mi ha colpito non poco. Voglio dire, questa cosa delle streghe. o meglio, questa cosa dell’associazione Baba Jaga. E tutto questo mentre il mio comune, che se ne infischia (non so se francamente o meno) dei giovani e della loro creatività, organizzava un pullman gratuito (quindi pagato dalla comunità) per andare a fare il tifo a una squadra clarense che partecipava, in quel di Legnano, a la bustarella, su antenna 3.
questa la lettera che ho scritto all’associazione..mi sentivo di farlo
C’era la luna alta nel cielo, in mezzo ad alcune di quelle nuvole che solo la notte sa immaginare. Una notte da streghe. e una notte per far conoscenza con una singolare strega, Baba Jaga, appunto, più una musa della creatività che una presenza inquietante. E, a danzare e gestire in questo singolare sabba notturno, altre streghe, giovani e belle (ma più che belle ragazze, ragazze belle, e non è esattamente la stessa cosa). Streghe che accolgono, sorridono, danzano e cantano e piedi nudi. Accanto a loro uomini, amici, compagni di viaggio, che cantano, suonano. Soprattutto che si divertono e fanno divertire (proprio perché divertono). Ero lì. Ho rivisto amici, ne ho conosciuti altri. Ho incontrato storie, volti, emozioni. Mi sono sentito bene. Ero lì, per la musica, per la favola, per le persone. Ero lì, impacciato come sono e come non vorrei essere. Sorridendo, perché mi sentivo bene, accolto. A qualcuno ho detto il mio nome. a qualcuno ho parlato del mio lavoro. a qualcuno ho prestato un cavalletto per la videocamera. a tutti devo dire grazie. Per quello che avete fatto. Per quello che fate. In fondo, per quello che siete. Uomini e donne. Streghe e folletti.
Mi sono sentito a casa. Grazie
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foto: Pf
Quarta….terza…seconda….allora, da sinistra non arriva nessuno….ok, posso partire. Aspetta, quella macchina così veloce non l’avevo vista….mi fermo…prima…parto…seconda…terza…quarta…ops, un’altra rotonda…terza…seconda…e via dicendo. Credo sia capitato a molti di vivere una situazione simile, soprattuto ora che le amministrazioni comunali stanno eliminando i semafori per sostituirli con le rotatorie, quelle che chiamiamo “rotonde”. Fin qui niente di male, visto che poche cose sono snervanti come l’andatura a singhiozzo che i semafori impongono. Ma troppo spesso le rotonde, nate per snellire il traffico, diventano un modo per appesantirlo ulteriormente. Tutto un campionario di monumenti per riempire il vuoto in mezzo alla rotatoria (che faccia così paura?), arrivando a metterci monumenti, selve dantesche e, perfino, un trattore. E poi quei dossi, ripidi come il Pordoi, che costringono a rallentare oltremisura, quasi a passo d’uomo. Anzi, in alcuni casi bisogna fermarsi a innestare proprio la prima, per non essere costretti a passare poi dal carrozziere. Nel resto dell’Europa e, soprattuto, al di là della manica (ricordandosi di viaggiare a sinistra) si può scoprire come, senza l’ossessione di colmare ogni spazio vuoto, le rotonde consentano di vedere chi arriva dalla direzione opposta e rendano il traffico più scorrevole. Senza la pretesa di riempirle con opere d’arte di dubbio valore, da tramandare ai posteri. La sicurezza ne trae sicuramente vantaggio. Il buon gusto…pure.