Archivio per la categoria 'raccontando'

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Sono stati importati tutti i vecchi interventi e i loro commenti

Beh, buona continuazione. E grazie.

Gli uomini passano, la musica resta


foto: ecodibergamo.it

Di lui avevo due ricordi: un cd e l’immagine, famosissima, del concerto improvvisato davanti al Muro di Berlino mentre lo stavano abbattendo. Poco altro, se non l’aver letto un paio di cose sul suo essere controcorrente, sul non appartenere a quel novero di artisti che credono di poter camminare a mezzo metro da terra (anche se, per come suonava il violoncello, poteva permetterselo). Così, quando una volta sua moglie, la cantante Galina Vichnevskaya, dichiarò che: “Per me la musica è la vita stessa, non avrei potuto vivere senza, non riesco nemmeno ad immaginare una simile possibilità, senza la musica credo che sarei morta”, lui le rispose: “Saresti vissuta lo stesso e avresti lavorato come tutti”.
Lui, che da piccolo non sognava di diventare il più grande, ma voleva essere medico, autista, attore muratore…”Nella mia infanzia” diceva” sentivo il bisogno di toccare le pietre, di lavorare in cantiere. La musica avrebbe accompagnato la mia esistenza, ma sarebbe esistita solo per me”. Lui, che da studente costruiva cornici per i quadri e una volta costruì perfino una bara.
Lui, che venne privato della cittadinanza sovietica, che era amico di Sakharov, prediletto di Karajan e Prokofiev, che ospitò Solgenitzijn a casa sua.
Lui che sapeva che gli uomini passano, la musica resta. E quando nel 1989 suonò davanti al Muro di Berlino, nessuno gli chiese che musica stava eseguendo.
Lui che da ieri non c’è più. Lui, che era Mstilav Rostropovich.

Aprile, tempo di gite e di lezioni un po’ diverse (25-4)


foto: bloggers.it/fenicevoices

Devo ancora ad Andrea un post teologico e a Ghidoni uno sulle bionde, soprattutto dopo questo
Manterrò le promesse. Lo prometto.

Aprile e maggio, soprattutto la fine di aprile e l’inizio di maggio, con il rincorrersi di festività e ponti, che danno tanto l’idea di fine della scuola ormai prossima, sono i mesi delle gite scolastiche. Così chiedo scusa se diserto il tema del 25 aprile (di cui, peraltro, ho già parlato la settimana scorsa), per dedicarmi a quello delle gite. O, meglio, per parlare di una gita speciale. Come insegnante di religione, solitamente, vengo “precettato”, lavorando in diverse classi, per più di una gita. Vorrei però spendere due parole su una gita che gita non è stata. Prima di tutto perché si è tenuta di domenica (domenica scorsa, per l’esattezza), e poi perché lo scopo non era quello di divertirsi o visitare qualcosa, ma di raccontare e sentir raccontare. Così, con le colleghe e gli alunni delle classi quinte di Castrezzato, siamo andati a Calcinate (in provincia di Bergamo), per partecipare alla rassegna “Ragazzi in gamba”, riproponendo lo spettacolo “così sfioriron le rose” sui bambini di Terezin, di cui già ho raccontato. Prima di noi si sono esibiti altri istituti, che hanno tradotto i loro percorsi con il linguaggio della musica, della danza, della parola e del corpo. C’è stata l’occasione anche per premiare le classi che hanno partecipato all’esposizione “io ho un sogno”, dove alunni di diverse scuole  hanno cercato di affrontare, con disegni e installazioni, il tema della Shoa. Particolarmente toccante è stato il lavoro di un gruppo di diversamente abili che ha realizzato un treno, in ricordo di quelli diretti ad Auschwitz, che su una carrozza grigia e cupa recava la scritta “se questo è un uomo”e su una colorata la scritta “questo è un uomo”.  Sperando  non accada mai più.

Il grande popolo delle vacanze intelligenti (11-4)


foto: Pf

Avrei preferito un titolo tipo “il blues delle vacanze intelligenti”, vista la citazione per Jannacci e Prevert…i titoli non li scelgo io, ma anche questo non è male

Le vacanze pasquali sono finite praticamente per tutti (hanno una piccola coda giusto per insegnanti e studenti, che comunque domani torneranno alla quotidianità); tra non molto il calendario ci regalerà qualche altro giorno di festa: il 25 aprile e, soprattutto, il ponte del primo maggio. Su ponti gitarelle varie di sicuro tornerò più avanti, ma già adesso vorrei focalizzare l’attenzione su l giorno di Pasquetta e l’immancabile gita “fuori porta”. Forse perché, in osservanza all’antico adagio “Natale con i tuoi, Pasqua…anche”, si prende l’occasione del Lunedì dell’angelo, tempo permettendo, per staccare un po’ ed andare via. Così ci sono quelli che fanno la gita di Pasquetta…quelli delle allegre famigliole che con i figli al seguito per andare a imbottigliarsi davanti alle gabbie dei pappagalli allo zoo o nelle file davanti alle giostre di Gardaland. Quelli che a Gardaland ci vanno in treno coi loro compagni di classe, stretti come sardine in vagoni strapieni per abituarsi all’idea di stare imbottigliati anche loro nelle file. Quelli che vanno sul mont’Orfano e vogliono anche fare le salamine ai ferri e non trovano nemmeno lo spazio per sedersi sull’erba, tanti hanno avuto la stessa idea. Quelli che prendono la bicicletta e vanno al fiume Oglio, che se c’è il sole si può anche fare il bagno. Quelli che non sapevano che le stradine vicino al fiume non sono asfaltate si trovano con la bici buca giusto quando devono tornare. Quelli che vanno in qualche città e poi si spintonano per camminare. Quelli che “l’anno prossimo la Pasquetta non la passiamo così, la organizziamo meglio”. Oh yeah.

Claudio


foto: Pf

Conoscevo Claudio da sempre. Almeno da quando avevamo 4 anni. Avevamo frequentato insieme l’asilo, le elementari e le medie. Abitavamo anche vicini, se qualcuno poteva dirsi vicino a me. Perlomeno nella stessa via. Di lui ricordo il sorriso, sebbene la vita non fosse stata facile per lui. Da vent’anni era in dialisi, per colpa di una caduta fatta da bambino. Una situazione che aveva limitato molto la sua voglia di fare, ma non la sua voglia di vivere, di sorridere. Quando era in seconda media c’era stata l’illusione di un trapianto. rigettato dopo una settimana. Eppure Claudio non aveva smesso di sorridere. Poi, quando ci si mette, la vita sa essere terribilmente complicata. Così a Claudio è successo anche di prendere strade sbagliate, di “perdersi”, di fare fatica. Ma non per questo ha smesso di sorridere. e ha sempre avuto la forza di continuare. Anche quando suo padre è venuto a mancare, un mese prima del mio. Poi sembrava che le cose andassero meglio, sembrava ci fosse un donatore. Era in ospedale per fare gli accertamenti del caso, che sembravano promettere bene. Ma probabilmente il suo cuore non era pronto per un’emozione così grande. Così Claudio se n’è andato, sorridendo. Lasciando la mamma, Mariarosa , i Fratelli Giampaolo e Daniele, la cognata (moglie di Giampaolo) e le due nipotine. Capita tra amici che ci si avvicini e poi ci si allontani. Per un certo periodo Claudio è stato un mio carissimo amico. Poi ci eravamo allontananti. Ultimamente ci stavamo riavvicinando. Siamo vicini anche adesso.

Claudio
17-1-1978
14-3-2007

AMATEVI COME IO VI HO AMATO: sparse riflessioni sull’essere solidali prese a caso dal Nuovo Testamento


foto: Pf

Prima di riprendere in maniera organica gli spunti lanciati da Andrea e Manuel, prima di preparare il pezzo per “il Brescia” di domani, recupero una riflessione pubblicata sul Gabbiano nel 2004

“Strinse i mortali in social catena”: così Leopardi, nel suo testamento spirituale, la Ginestra, parla della solidarietà umana di fronte alla durezza della natura. Non che io condivida appieno l’opinione del poeta; quello che volevo fare era solo invertire una prassi in uso al tempo presso i letterati: aprire cioè i propri scritti utilizzando una citazione biblica. Visto che ho intenzione di parlare di alcuni riferimenti biblici, ho provato ad iniziare con una citazione letteraria. Solidarietà, appunto, questo il tema di questo numero del Gabbiano e questo il tema di questo mio intervento. Alla fine, alla base del servizio agli altri, del dare qualcosa di sé per gli altri, possiamo ritrovare un brano che recentemente abbiamo affrontato nella liturgia: quello della lavanda dei piedi, in cui Gesù “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1.). Nel gesto semplice ed umile di farsi servo degli altri, Gesù insegna che: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”(Gv13,14-15). Come poi questo farsi servo degli altri possa essere concretamente tradotto, ce lo spiega ancora Gesù in molte parti della sua predicazione. Uno degli esempi di maggiore concretezza è nel discorso della Montagna, dalle Beatitudini alle applicazioni più concrete e quotidiane: “se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. à a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5, 41-44). Certo, si tratta di un obbiettivo molto alto se lo stesso Gesù ci ammonisce invitandoci ad essere perfetti come è perfetto il Padre. Ma di fronte  a questo non possiamo almeno non provarci, cercando di abbattere anche alcuni pregiudizi e di farci davvero incontro all’altro, alla sua sofferenza, ai suoi bisogni o, semplicemente, ai suoi sogni e  desideri unendo fede e opere, per non rischiare assurde incongruenze: “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?” (Gc2,16)
Quando viene chiesto a Gesù cosa significhi “farsi prossimo” degli altri, risponde raccontando la parabola del Buon Samaritano. Sicuramente l’abbiamo sentita milioni di volte, da quando ce la raccontavano le suore all’asilo fino  all’altro giorno, eppure ci sfugge sempre qualcosa in tutto questo. Al di là del fatto che i samaritani erano visti malissimo dai Giudei per la pretesa di adorare Dio sul monte Garizim  (e raccontarla oggi sarebbe un po’ come raccontare la parabola del “buon albanese”); al di là del fatto che i due che non si fermano sono un sacerdote e un levita, cioè coloro che prestavano servizio al Tempio, la casa di Dio (ma non voglio sparare ancora su preti e suore, come mi è già successo di fare), Gesù conclude chiedendo chi si è fatto prossimo dell’uomo che era ferito. Questa cosa mi ha sempre lasciato un po’ perplesso, pensando ad un errore di traduzione o qualcosa di simile. Ma come, non era stato il Samaritano a vedere nell’uomo ferito il suo prossimo? E allora perché Gesù chiede chi sia stato il prossimo dell’uomo ferito? Forse, semplicemente, ci sta sotto una scelta: tutti quelli che sono passati su quella strada, il Sacerdote, il Levita ed infine il Samaritano, hanno avvisto l’uomo che era stato derubato e avevano la possibilità di farsi a lui vicino, cioè prossimo. O meglio, per dirlo in altro modo, l’uomo ferito era loro prossimo, ma non tutti hanno scelto di accoglierlo come tale. Solo il Samaritano ha saputo vivere la reciprocità di tale rapporto e solo lui ha saputo farsi davvero vicino, cioè prossimo, di quell’uomo ferito, dandogli aiuto, tempo ed attenzione. E la conclusione di Gesù è stata lapidaria: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10,37.).

Le piccole azioni che fanno migliore il mondo (21-7)


foto: Pf

La cosa bella è che avevo deciso di parlare dell’abuso di alcolici da parte dei giovani…ho finito per parlare di ecologia, per raccontare qualcosa di buono. Per le riflessioni più amare…sarà per la prossima volta.

Riconoscere un problema, dargli il giusto nome, è già un buon inizio. Fatto questo, si può cominciare a parlare di soluzioni. Meglio se esistono anche soluzioni “piccole”, che ogni persona di buona volontà può, quotidianamente, cercare di portare avanti. A Castelcovati, paesino della bassa bresciana di onesti lavoratori, spesso impresari edili, da tempo la scuola cerca di sensibilizzare alunni e genitori sul tema della sostenibilità ambientale. Lavoro che si è fatto più forte nel progetto Comenius, che per tre anni ha coinvolto sei scuole di diversi paesi europei, ma che continua ancora oggi che il progetto è finito. Si cerca così di educare, ed educarci, a uno stile di vita diverso, meno orientato al “consumo” e più alla valorizzazione delle risorse locali. Meno incline all’inutile spreco e più attento al mondo che ci circonda. Proprio in questi giorni, a scuola, stiamo vivendo la “settimana ambientale”, attraverso incontri, laboratori e l’iniziativa del Pedibus (il venire a scuola a piedi). E’ stato anche portato avanti un progetto con lo Svi (Servizio Volontario Internazionale), per proporre agli alunni di assumersi piccoli impegni per rendere la scuola e l’ambiente più accoglienti. In una parola: migliori. C’è stato chi ha deciso di condividere i propri giochi, chi ha preferito impegnarsi per piantare nuovi alberi, chi ha scelto di venire a scuola  a piedi al di fuori della settimana del Pedibus. La cosa bella è che sono state decisioni prese, non senza qualche fatica, dalle classi, e di cui gli alunni stessi si sono assunti la responsabilità. Con la speranza che serva a preparasi un futuro più responsabile.

Conoscere le religioni per non aver paura (14-3)


foto: www.photographers.it

Mi piace sempre un sacco quando parlo di scuola…

Non è poi molto che insegno. Beh, a conti fatti non è nemmeno poco. Diciamo che è il sesto anno. Ho ancora tempo prima di un’eventuale crisi del settimo anno. Ma una cosa del genere non mi era ancora capitata. Cerco di spiegarmi: un’alunna di una classe quinta mi mostra il diario per farmi leggere una comunicazione di sua madre, che chiede di incontrarmi per “informazioni riguardo alla programmazione didattica”. Mi rendo disponibile al termine delle lezioni. La donna, cortesissima, mi chiede come mai  con la figlia, che frequenta il quinto anno della scuola primaria (quelle che si chiamavano elementari),  si stia affrontando in classe il tema delle altre religioni. Teme che parlare della fede degli altri possa portare a perdere la nostra. Mi specifica, tra l’altro, di non essere razzista, ma le sembra che non si parli abbastanza del cristianesimo. Le sorrido. Forse non un sorriso ampio come quello della foto qui accanto, ma le sorrido. e cerco di spiegarle le mie motivazioni. Conoscere il cristianesimo (che poi è quello a cui devo portare i miei alunni, visto che sono insegnante di religione cattolica), significa anche saper “rendere ragione della nostra fede” ed essere in grado di metterla a confronto con quella delle persone che incontriamo. Oggi è facie entrare in contatto con persone di religione diversa dalla nostra. Credo sia bene. allora, sapere quali siano i valori e le tradizioni dell’altro, per conoscerlo e non esserne spaventati. E per entrare in dialogo con lui. Semplicemente. Spiego che per rispettare ed essere rispettati occorre conoscersi. La paura non serve. La signora, forse non convita del tutto, si allontana. Le faccio presente che rimango sempre disponibile per eventuali chiarimenti, per lei come per altri genitori. Li aspetto…

Forte, menta forte

 

foto: verdecane.com

Abbiamo tutti una mania, un piccolo gesto scaramantico, stupido, davvero idiota, e magari non serve a niente, anzi, in alcuni casi porta solo sfiga… eppure non ci rinunciamo, non ci rinunceremmo mai… anche perché, in fondo, rinunciarci sarebbe come ammettere una nostra mancanza, un qualcosa che incrina l’apparenza di perfezione che penosamente ci costruiamo ogni giorno. Ci sono quelli che hanno una passione particolare, un vizio, e si lasciano consumare, piano piano, ma inesorabilmente, da questa piccola debolezza. Io ne ho vista di gente, anche amici miei, persone a cui ero più o meno legato, diventare matta cercando di fare più soldi che riuscivano e poi ridursi a vivere da barboni, perdere la salute e la faccia correndo dietro a gonne troppo corte o a gambe troppo lunghe, fumarsi il cervello insieme a non so cosa altro per provare a volare via da questa merda (anche se qualcuno guarda le stelle…). Poi c’era lui. Non so come dirlo, più ci penso e più faccio fatica a trovare delle parole che siano in grado di esprimere cosa avesse di così particolare, ma era diverso, davvero diverso… diverso perché diverso… perché non si accontentava di un’insignificante esistenza in niente: era un artista, un artista vero, non di quelli che si danno un sacco di arie e poi sono delle nullità, no, lui era un artista in tutto, anche nelle sue debolezze. Beveva. Beveva, ma il suo non era un semplice bere, era qualcosa di particolare, qualcosa che noi non avremmo mai immaginato… semplicemente non ne eravamo capaci, non ne saremmo mai stati capaci, a bere così, intendo. Cioè: non era una questione di quantità… più di qualità, forse; insomma: era diverso da noialtri, paranoici semialcolizzati. Era un artista. Così com’era un artista, dannatamente artista, quando, la sera, prendeva il sassofono, il suo sassofono, bellissimo, argentato, con i tasti di madreperla e, senza che ci fossimo messi d’accordo, improvvisava intermezzi, giocava con le note e i ritmi, riempiva la stanza di musica, della sua musica… e noi eravamo lì ad accompagnarlo, senza che l’avessimo mai provato insieme (e forse non l’aveva mai provato nemmeno lui prima di allora). E il pubblico restava stupito, rapito dalla musica, dolcemente circondato da quelle note, molto più di un semplice sottofondo a una serata alcolica e piovosa. Altre volte, invece, raramente, molto raramente, ma quando succedeva era qualcosa di incredibile… altre volte, dicevo, quando non ne aveva più voglia, quando voleva qualcosa di diverso, quando era stufo di quel gioco, quando sentiva qualcosa di particolare, non so cosa fosse, ma glielo si leggeva negli occhi, qualcosa come un’ispirazione, un’illuminazione o un lampo di splendida follia, magari solo l’aver sentito una canzone mentre arrivava in macchina, regolarmente in ritardo perché noi avevamo già montato l’impianto, o l’aver visto qualche ragazza triste con gli occhi innamorati seduta a qualche tavolo… altre volte, dicevo, suonava quel suo sax argentato, con i tasti di madreperla, come solo lui sapeva fare… e non era la stessa cosa: tirava fuori sequenze di note come non se n’erano mai sentite in nessun locale del mondo, riusciva a dare un ritmo forsennato ai pezzi più romantici senza snaturarli, rendeva leggere come seta le cose più impensabili. Ne ho fatta di musica, ne ho suonata tanta, con musicisti più o meno bravi, più o meno alcolizzati… eppure io una cosa così non l’avevo mai sentita, e nemmeno il pubblico: restavano lì, con gli occhi sbarrati, incantati, stregati, e anche noi suonavamo perché era lui che ci guidava con quel maledetto sax. Non lo faceva tutte le sere, solo quando se la sentiva, solo quando aveva quello sguardo, solo quando aveva bevuto… Ma il suo non era un bere come quello degli altri, non era un bere come il nostro; era diverso: d’artista. Noi bevevamo per tirarci su, per dimenticare la tipa che ti ha dato buca la sera prima, per sentirci un po’ meno delle merde, perché quando suoni e fa caldo non c’è niente di meglio di una bella birra fresca; lui no, aveva fatto del bere una cosa diversa, quasi un rito, non so se magico o religioso. Te ne accorgevi da come prendeva il bicchiere, rigorosamente Guinness, mezza pinta alla volta, mentre noi ci annegavamo di litre slavate; Guinness, dicevo, dopo che si è abbassata la schiuma, e la portava alle labbra, da come sorseggiava… diceva che non eravamo capaci di renderci conto di come fosse davvero la realtà intorno… diceva che non riuscivamo a coglierne i colori, che troppo spesso ci accontentavamo di tinte confuse, senza capirci niente… diceva che per capire i colori, per vedere davvero i colori bisogna partire dal nero, dall’assenza di luce, di colore. Beveva birra scura, per arrivare ai colori.Si diceva avesse studiato in conservatorio, o forse all’accademia; se provavi a chiederglielo non ti rispondeva, mai. Sospirava, e basta. Era fatto così, non ti parlava mai di sé, non amava parlare di sé. Però… era diverso, le dita, il suo modo di muovere le dita, il suo modo di bere, il suo modo di conoscere le note, i colori… perché i colori sono un po’ come le note: sono solo sette, ma da lì escono l’amore, la paura, il dolore, l’illusione, la gioia, tutto partendo da quelle sette piccole note, da quei sette piccoli colori.Iniziava dal nero, Guinness, mezza pinta, e arrivava al verde. Lo so, è difficile da credere, ma finiva col verde: menta. Menta forte. Diceva che una volta che sei riuscito ad entrarci dentro per capire i colori hai bisogno di un punto d’appoggio, intorno al quale far ruotare tutto. Il bello è che ciascuno ha il suo colore e deve trovare quello giusto, soltanto quello. E quando succede è una vertigine fantastica e terribile. Diceva che non c’era ancora riuscito: per adesso arrivava al verde, il colore in mezzo a quelli dell’arcobaleno, ma quello non era il suo colore, non poteva essere il suo colore; uno come lui, diverso in tutto, non poteva avere un colore normale, era assurdo. Magari era un colore che non esisteva ancora, magari doveva inventarlo lui, ma il verde non era il suo colore. Ne era sicuro, dannatamente sicuro.Beveva birra scura e arrivava a sentire i colori, a vedere le note… e prendeva il suo sax argentato, menta e argento, e iniziava a spargere a mezz’aria tutte quelle note, che da sole sapevano riempire la stanza. Era lì che arrivava: tirava fuori il suo sax argentato, un altro sorso di birra, una caramella in bocca (Guinness, argento & menta forte) e iniziava la magia. Quando aveva quella luce irreale negli occhi, e sembrava vedesse tutte quelle note danzare follemente e riempire ogni anfratto del locale, e iniziava a portarti in mondi che solo lui conosceva. Quando ti faceva toccare i colori e le note e perdevi anche il senso del tempo. Quando ti cullava dolcemente sospeso a mezz’aria mentre era lui a guidare la tua mano, a suonare il tuo strumento… a inventare la tua musica.Poi, quando si stufava, quando decideva che il gioco era durato abbastanza, ti portava via da quel mondo fantastico, leggero, diverso e ti posava, dolcemente, esattamente dove ti aveva rapito… poteva durare pochi minuti, ma ti sembravano eterni. Intorno era tutto uguale: la birra, le luci, l’odore di fumo, la bionda accanto… eri tu ad essere diverso, completamente. Guinness, argento & menta forte.Me ne ricordo di serate così. Non tutte, però: solo quando aveva voglia, solo quando aveva quello sguardo. E quante donne che gli giravano intorno, quante che avrebbero voluto portarselo a letto, sperando in non so quale altra magia, ma lui no, lui non ci stava. Mai. Non so cosa avesse, perché dicesse di no, perché dicesse sempre di no… noi, invidiosi, a sbavare addosso a quelle che gli andavano vicino, ed erano davvero niente male, e lui, impassibile, rifiutava sempre tutte le avance. Sempre. Finché, quella sera…Eravamo in un locale in cui avevamo già suonato altre volte, uno di quei locali con le travi di legno sotto il soffitto e le botti come tavoli. Insomma, un bel posto. Tra l’altro potevamo bere tutta la birra che volevamo. Avevamo suonato, e bevuto, un bel po’, proprio lì in mezzo alla gente quando una tipa, capelli lisci, lungi, occhi grandi, si avvicina a lui, prende il suo bicchiere, la sua Guinness, non era mai successo, prende la sua Guinness e la beve, dal suo bicchiere: ne beve un po’ e poi gliela porge, e lui, non avevamo mai visto niente di simile, lui appoggia le sue labbra proprio dove aveva bevuto lei. Si guardano negli occhi, lei gli chiede una canzone: Ma non è così dei Verdecane. Lui la guarda, e il suo sguardo non è uno sguardo normale; la fissa negli occhi… accetta la sfida. L’ultimo sorso di birra, proprio dove aveva bevuto lei, una caramella (forte, menta forte), il sax argentato, i tasti di madreperla… Guinness, argento & menta forte: inizia la magia. Subito una cascata di note, un fiume in piena che travolge gli argini, poi, i suoi occhi, mari in tempesta, occhi da naufrago sotto un cielo irreale… spire di colori ti avvolgevano, le corde della chitarra cominciavano a vibrare da sole. Era anarchia, ma un’anarchia dolce, al di là di ogni sensazione; emozioni e fantasie, paure ed incanti diventavano musica, suono, colore. Poi, all’improvviso, è finito tutto, la magia è svanita, solo qualche nota, qualche nota normale, girava ancora per la stanza. Aveva smesso di suonare, era abbracciato a lei, la stava baciando… non l’avevo mai visto baciare una donna, ma non doveva essere un bacio normale, non era, non poteva essere un bacio normale (Guinness, argento & menta forte). Nessuno di noi sapeva cosa fare. Nessuno. Credo che il loro bacio non sia durato più di un minuto, ma a noi sembrava non finire mai. Poi le sussurrò non so cosa all’orecchio, si girò verso di noi, ci guardò negli occhi, e non era uno sguardo normale, portò il sax alla bocca, quella bocca con cui aveva appena finito di dare il bacio più bello mai visto, e suonò una nota, profonda, dolce, una nota che non esisteva, che aveva inventato lui, che parlava di amore, passione, magia. Una nota sola. Poi, e solo lì capii cosa stava succedendo, fece un inchino, proprio come si fa a teatro, e se andò. Lasciò lì tutto, perfino la custodia e la birra a metà: prese solo il sax, e se ne andò. Se ne andò così, lasciando un bacio (Guinness, argento & menta forte) e la magia di un’ultima nota.
All’inizio non capii, poi…
E’ così che nascono i colori.

 

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Dedicato a un amico

foto:trincoll.edu

01.11.06
E lui lo sa…sa che l’avevo scritto per lui

Liberorandagio&stop

 

perché lo devo a un cane

bagnato

 

Piove.
Ormai non succede altro da giorni.
Piove.
Piove, e io mi aggiro come un cane, randagio, in questa città che non è la mia, che non può essere la mia; troppo diversa, troppo reale. Non può essere la mia.
Piove, e ho i capelli bagnati, e l’acqua che mi scende lungo la schiena, mentre cammino tra queste automobili, tutte uguali, carcasse di metallo in cui ci si rifugia per fuggire via veloci dal mondo. E dalla pioggia. Da soli. Autistici autisti.
Piove e non si vede il cielo, che dicono sia ancora blu sopra le nuvole, ma io non ci credo più.
Piove e cammino, con le dita strette a pugno nelle tasche sfondate del mio impermeabile, un po’ come un Rimbaud meno fumato e più cattivo, perché ormai non so fare altro, non più. Scrivevo, un tempo, e mi dicevano bravo… sapevo scrivere, piacev0, mi consideravano un piccolo genio, un futuro Nobel…balle: dicevo solo quello che volevano sentire nel modo in cui lo volevano sentire. Non era scrivere, quello. Scrivevo, ma non ero capace di scrivermi, di raccontarmi; non rimaneva che un’ombra di me sopra quei fogli. E non funzionano neanche quelle storie per cui la poesia è soggettiva e la prosa è oggettiva: tutte balle che ti mettono in testa a scuola quando non hanno il coraggio di dirti che non ci capiscono niente né dell’una, né dell’altra.
Piove, e cammino sotto la pioggia.
Piove, e faccio di tutto, davvero di tutto, per perdermi, almeno per un po’, in questa città che non è la mia.
Piove, e cerco di perdermi per trovarmi un po’, per capire come devo, come voglio scrivere, come è il mio scrivere. Quello che è mio e di nessun altro.
Piove, e sto qui come un cane coi capelli bagnati, e continuo a trovarmi davanti la stessa piazza, sempre la stessa, nonostante tutti i miei sforzi per perdermi…e se provi a ricontare le statue non hai mai lo stesso numero. Mai. Tutte le volte. Mai.
Piove, e penso che sarebbe bello se tutto fosse così, se i conti non tornassero mai, se le stelle non fossero solo ammassi di gas in combustione e se un giorno qualcuno si mettesse a gridare in piazza che la luna, tanto, troppo cantata dagli ebeti sdolcinati di mezzo mondo per essere solo un sasso su nel cielo, non è altro che un enorme blocco di formaggio. Magari verde.
Piove, e vorrei trovare un nuovo modo per scrivere, senza perdersi in quelle inutili distinzioni tra prosa e poesia, ma un modo di scrivere come si pensa. Scrivere come penso. Forse penso a fumetti, o forse a note a margine, non so, non me lo sono mai chiesto. Però, scrivere come si pensa…il vecchio James, quello sì che c’è andato vicino, al punto che sei tu che non riesci a stargli dietro leggendolo…ma non deve essere l’unico modo, non credo, non certo.
Piove, e vorrei scrivere in un modo nuovo, inventato da me, mio, vorrei scrivere in «proesia», tanto per dargli un nome, lasciando perdere i versi, il periodare classico e tutte le altre prose per il culo.
Piove, e vorrei che questa pioggia mi lavasse via tutto quello che mi hanno insegnato, vorrei che questa pioggia facesse di me un selvaggio, un naïf della penna, libero di scrivere come gli piace, fregandosene delle regole, e di quello che dicono gli altri. Che tanto non possono, non riescono a capire.
Piove, e vorrei essere capace di far cadere, in disordine, come pioggia, le mie parole, i miei pensieri su un foglio, grigio, sporco, ma vivo, un foglio che sia davvero come sono io.
Piove, e mi ricordo che Pioveva anche l’ultima volta che mi aveva guardato con i suoi occhi verdi, i suoi bellissimi occhi verdi, e mi aveva detto: “è finita”…lo ricordo come fosse ieri, “è finita”, e io, più idiota e ramingo che mai, a vagare come un cane randagio sotto la pioggia, esattamente come oggi, fino ad inzupparmi anche l’anima, senza nessuna differenza tra pioggia e lacrime. Piangeva anche il cielo. E adesso mi ritrovo qui, solo, libero, randagio, freelander per vocazione e per necessità dopo aver perso, dopo me stesso, anche lei, senza più niente a cui essere legato, non una casa, non una donna, non un lavoro, non la sveglia per andare, sveglia per tornare, niente più catene, solo l’obbligo di stare bene…
Piove, e non è poi così male essere soli, è un po’ come nascere: è dannatamente dura, ma alla fine uno ci si abitua, o almeno crede di essersi abituato.
Piove, e forse non ho amato mai nessuno come amavo lei, nessuno, nemmeno me stesso…se fossi più letterario, in preda al dolore e alla disperazione potrei gettarmi da un ponte…ma io scrivo per me, perché sono cattivo, e ciò che è passato non può tornare…i fiumi, di notte, non scorrono al contrario…non me ne frega, non me ne deve fregare più niente di niente, né di lei, dei suoi occhi verdi, delle varie prose per il culo, di questa città in cui non riesco a perdermi…non ha più senso, io non ho più senso. Mi basta la pioggia.
Piove, e non me ne potrebbe fregare di meno, perché in fondo non sono altro che un temporale estivo, cattivo quel che occorre, ma che passa. Credo non ci sia niente di più ridicolo del voler a tutti i costi lasciare un proprio ricordo…vorrei di colpo trovarmi in un luogo che non esiste, perché, quando ti trovi in un luogo che non esiste, o stai sognando, o hai appena iniziato a vivere.
Piove, e forse è questa pioggia il mio luogo che non esiste, perché forse nemmeno io esisto, e adesso sono libero di vivere in proesia, di pensare a fumetti, magari al contrario, come i manga.
Piove, e finalmente possono partire i titoli di coda, saluto la mamma e il papà, carrellata finale e scritta
THE END
PS
non può Piovere per sempre, ma stanotte spero non smetta: non ho voglia di vedere la luna.

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Guardare, vedere, pensare, raccontare, condividere... Passi sparsi e barcollanti, danzati o strascicati, raccolti in un diario di viaggio in quel percorso che ci ostiniamo a chiamare vita. Riflessioni e provocazioni, spunti e deliri con cui non essere d'accordo, nel tentativo di suggerire un dialogo che, forse, è più facile da iniziare che da portare avanti. Ma, si sa "si comincia per finire e si finisce per cominciare" (G.Ungaretti)

 

Novembre: 2009
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